generalmente non tratto d’attualità onde evitare noiosi sproloqui senza spessore di cui ne sono pieni giornali, blog, televisioni e tutto quello che riguarda il mondo dei media. nonostante ciò c’è da dire che la dichiarazione del Der Spiegel (testata tedesca) sui fatti della crociera bla bla bla mi ha fatto sentire ad un passo da una verità. 
«con noi certe cose non accadono perchè a differenza degli italiani siamo una razza» [cit. Der Spiegel]
uuh quanta verità c’è qui dentro. uuh quanto mi sento friggere dentro. uuh che incontrollabile fremito sta attraversando ora il mio corpo. devo calmarmi altrimenti rischierò di sbagliare la cosecutio temporum e le mie elucubrazioni non avranno più il minimo senso perchè scritte male. vado a farmi un tè. ma quale tè? poi mi schizza la pressione, faccio un casino. niente tè. torniamo a noi: stizzito per le dichiarazioni tedesche Il Giornale (testata italiana) ha controbattuto scagliando addosso a tutto il popolo tedesco il famigerato anatema che li rincorrerà per l’eternità: l’anatema nazista. citando testualmente il giornale italiano si procede così:«Il settimanale Der Spiegel ci definisce un popolo di codardi perchè “gli italiani non sono una razza”. Loro si, invece, e lo hanno dimostrato con Hitler»a parte le disdicevoli sembianze che il giornalismo contemporaneo da ad un tema così importante facendolo sembrare un battibecco isterico tra laziali e romanisti, nella reazione allergica del Giornale c’è un altro paio di verità, nascoste si, ma pur sempre verità. c’è comunque da dire che se non fosse per i subbugli classisti degli ultimi mesi probabilmente queste dichiarazioni si sarebbero neutralizzate nell’atmosfera come un cattivo odore all’aria aperta, ma io come te, come lui e come lei, siamo vittime coinvolte dall’attualità, dalla notizia, dal criterio semantico del termine inglese “news” - “nuo-vità”. il lavoro che dobbiamo cercare di fare è un operazione che a noi ultime generazioni non viene richiesto molto spesso: riflettere. comincerò formulando un pensiero che dovete promettermi di capire. come si fa a definire codarda una rivoluzione strutturale del sistema delle cose? ora se mi concedete di sostituire “una rivoluzione strutturale del sistema delle cose” con “movimento nazista” vi farò non poco innervosire. sento che il vostro pensiero si sta già rifugiando nello Schindler’s List di Spielberg, ecco, se così fosse io inviterei tutti quelli che hanno ceduto alla sindrome del Diario di Anna Frank dall’abbandonare questa lettura, immediatamente, perchè con loro non ho nessuna chance di essere accettato, figuriamoci di essere capito. combattete per un pò con l’istinto occidentale di essere coinvolti personalmente nelle catastrofi umanitarie e siate esigenti con la vostra capacità di estrapolare l’essenziale dal superfluo. non sono qui a dirvi che uccidere gli ebrei è uno spasso o che mettere su una dittatura è la soluzione ai problemi di questo enorme pezzo di terra che si autodefinisce Europa come fa un bambino quando dice di essere diventato grande. dico che nella dichiarazione del Der Spiegel c’è nostalgia: c’è la nostalgia di un preciso momento storico in cui la volontà popolare riusciva ancora a cambiare lo stato delle cose. siamo sinceri con noi stessi: ricordare uno sterminio di uomini e donne non ci allontana minimamente dalla possibilità di incappare in una nuova e peggiore tragedia di quel genere. se leggessimo il giorno della memoria come un’opportunità? l’appuntamento con il ricordo non è diretto solo a milioni di innocenti che una rivoluzione ha mandato a morire, ma la memoria di cui parliamo è la memoria di noi stessi, quella parte di noi che fa difficoltà a venire fuori oggi e di cui avremmo tanto bisogno. ogni anno siamo portati a riflettere su come il sovvertimento del sistema non sia un concetto donatoci da Hollywood ma che al contrario è la stessa macchina capitalistica ha recintare il nostro istinto naturale al cambiamento, all’era glaciale, dentro un Blockbuster da affittare e riportare indietro per non correre il rischio di essere assimilato. non è forse vero che uno sbaglio, qualsiasi sbaglio, è una cosa che parte bene per poi finire male? alla base del movimento nazista c’è quella scintilla che ha reso possibile il completo rovesciamento dello status quo e che quindi non può e non deve essere definito come codardo. folle, antidemocratico, illiberale, crudele, razzista, efferato, sadico ma non codardo. codardo è lasciare che la cultura occidentale rosicchi il tuo diritto di scegliere fino ad annullare qualsiasi punto di riferimento che non sia il denaro. codardo e imperdonabile sarebbe continuare a considerare maligna la fiducia nelle proprie idee perchè a questo serve la memoria che loro puntualmente ci invitano a riportare attuale: seguire un’idea e perseguire uno scopo ti porterà alla rovina. la nostalgia del Der Spiegel, come la capricciosa reazione del Giornale, sono richieste d’aiuto da parte di due improbabili servi del dispositivo di equilibrio tra reazione e consenso che sembra oramai regolare tutti i rapporti tra politica e soggetto civile. la voce degli stessi lacchè del dispositivo ora si fa cristallina e sembra proprio dire: “dove sono finiti gli uomini con le idee?”. ed è quello che mi chiedo anche io oggi riducendomi a rimpiangere le grandi rivoluzioni culturali che sono alla base delle dittature moderne. se potessi racchiudere in una provetta la spinta reazionaria che quegli uomini diedero alle proprie idee lo farei subito, senza esitare un istante. dunque ancora una volta mi ritrovo a disprezzare la società su cui ho fondato tutto il mio benessere materiale? la risposta è si, e mi faccio una gran pena.

generalmente non tratto d’attualità onde evitare noiosi sproloqui senza spessore di cui ne sono pieni giornali, blog, televisioni e tutto quello che riguarda il mondo dei media. nonostante ciò c’è da dire che la dichiarazione del Der Spiegel (testata tedesca) sui fatti della crociera bla bla bla mi ha fatto sentire ad un passo da una verità. 


«con noi certe cose non accadono perchè a differenza degli italiani siamo una razza»
[cit. Der Spiegel]


uuh quanta verità c’è qui dentro. uuh quanto mi sento friggere dentro. uuh che incontrollabile fremito sta attraversando ora il mio corpo. devo calmarmi altrimenti rischierò di sbagliare la cosecutio temporum e le mie elucubrazioni non avranno più il minimo senso perchè scritte male. vado a farmi un tè. ma quale tè? poi mi schizza la pressione, faccio un casino. niente tè. 
torniamo a noi: stizzito per le dichiarazioni tedesche Il Giornale (testata italiana) ha controbattuto scagliando addosso a tutto il popolo tedesco il famigerato anatema che li rincorrerà per l’eternità: l’anatema nazista. citando testualmente il giornale italiano si procede così:

«Il settimanale Der Spiegel ci definisce un popolo di codardi perchè “gli italiani non sono una razza”. Loro si, invece, e lo hanno dimostrato con Hitler»

a parte le disdicevoli sembianze che il giornalismo contemporaneo da ad un tema così importante facendolo sembrare un battibecco isterico tra laziali e romanisti, nella reazione allergica del Giornale c’è un altro paio di verità, nascoste si, ma pur sempre verità. c’è comunque da dire che se non fosse per i subbugli classisti degli ultimi mesi probabilmente queste dichiarazioni si sarebbero neutralizzate nell’atmosfera come un cattivo odore all’aria aperta, ma io come te, come lui e come lei, siamo vittime coinvolte dall’attualità, dalla notizia, dal criterio semantico del termine inglese “news” - “nuo-vità”. il lavoro che dobbiamo cercare di fare è un operazione che a noi ultime generazioni non viene richiesto molto spesso: riflettere. comincerò formulando un pensiero che dovete promettermi di capire. come si fa a definire codarda una rivoluzione strutturale del sistema delle cose? ora se mi concedete di sostituire “una rivoluzione strutturale del sistema delle cose” con “movimento nazista” vi farò non poco innervosire. sento che il vostro pensiero si sta già rifugiando nello Schindler’s List di Spielberg, ecco, se così fosse io inviterei tutti quelli che hanno ceduto alla sindrome del Diario di Anna Frank dall’abbandonare questa lettura, immediatamente, perchè con loro non ho nessuna chance di essere accettato, figuriamoci di essere capito. combattete per un pò con l’istinto occidentale di essere coinvolti personalmente nelle catastrofi umanitarie e siate esigenti con la vostra capacità di estrapolare l’essenziale dal superfluo. non sono qui a dirvi che uccidere gli ebrei è uno spasso o che mettere su una dittatura è la soluzione ai problemi di questo enorme pezzo di terra che si autodefinisce Europa come fa un bambino quando dice di essere diventato grande. dico che nella dichiarazione del Der Spiegel c’è nostalgia: c’è la nostalgia di un preciso momento storico in cui la volontà popolare riusciva ancora a cambiare lo stato delle cose. siamo sinceri con noi stessi: ricordare uno sterminio di uomini e donne non ci allontana minimamente dalla possibilità di incappare in una nuova e peggiore tragedia di quel genere. se leggessimo il giorno della memoria come un’opportunità? l’appuntamento con il ricordo non è diretto solo a milioni di innocenti che una rivoluzione ha mandato a morire, ma la memoria di cui parliamo è la memoria di noi stessi, quella parte di noi che fa difficoltà a venire fuori oggi e di cui avremmo tanto bisogno. ogni anno siamo portati a riflettere su come il sovvertimento del sistema non sia un concetto donatoci da Hollywood ma che al contrario è la stessa macchina capitalistica ha recintare il nostro istinto naturale al cambiamento, all’era glaciale, dentro un Blockbuster da affittare e riportare indietro per non correre il rischio di essere assimilato. 
non è forse vero che uno sbaglio, qualsiasi sbaglio, è una cosa che parte bene per poi finire male? alla base del movimento nazista c’è quella scintilla che ha reso possibile il completo rovesciamento dello status quo e che quindi non può e non deve essere definito come codardo. folle, antidemocratico, illiberale, crudele, razzista, efferato, sadico ma non codardo. codardo è lasciare che la cultura occidentale rosicchi il tuo diritto di scegliere fino ad annullare qualsiasi punto di riferimento che non sia il denaro. codardo e imperdonabile sarebbe continuare a considerare maligna la fiducia nelle proprie idee perchè a questo serve la memoria che loro puntualmente ci invitano a riportare attuale: seguire un’idea e perseguire uno scopo ti porterà alla rovina. la nostalgia del Der Spiegel, come la capricciosa reazione del Giornale, sono richieste d’aiuto da parte di due improbabili servi del dispositivo di equilibrio tra reazione e consenso che sembra oramai regolare tutti i rapporti tra politica e soggetto civile. la voce degli stessi lacchè del dispositivo ora si fa cristallina e sembra proprio dire: “dove sono finiti gli uomini con le idee?”. ed è quello che mi chiedo anche io oggi riducendomi a rimpiangere le grandi rivoluzioni culturali che sono alla base delle dittature moderne. se potessi racchiudere in una provetta la spinta reazionaria che quegli uomini diedero alle proprie idee lo farei subito, senza esitare un istante. dunque ancora una volta mi ritrovo a disprezzare la società su cui ho fondato tutto il mio benessere materiale? 
la risposta è si, e mi faccio una gran pena.

Gesù ora che sei tornato posso dirtelo, questo mondo è troppo piccolo per tutti e due

sto così avanti che io il sabato sera dormo

sono a 25 mila piedi da terra e sto palesemente perdendo la guerra lampo contro la lesbica alla mia sinistra che pretende di aprire tutti e tre i bocchettoni dell’aria condizionata quando la temperatura qui sull’aereo è più che sostenibile. eternamente insoddisfatta gliela do vinta, sarebbe voluta nascere con il cazzo la sua punizione la sconta giorno dopo giorno. la sua compagna la prende per mano, la sbaciucchia, le accarezza il fondoschiena sfatto quando lei si sporge per guardare fuori dal finestrino. sono entrambe orrende come la maggior parte delle lesbiche: dopotutto non sono mai come te le immagini. no passere lisce, no culi sodi ma soprattutto no sise XXL. una delle due sfoggia un tatuaggio sul polso, eseguito piuttosto male. molto probabilmente un capriccio di gioventù: è a tavola con i suoi e fra le lacrime cerca invano quel briciolo di orgoglio che ogni coming out richiederebbe. “Mamma, mi piace la fica!”. la madre è sbigottita, il padre si rifugia subito in un espressione solenne per evitare che nessuno dei presenti gli legga in faccia i pensieri che sono tutti per la figlia nell’atto di additare i genitali di qualche sua compagna di classe. e allora lei scappa in camera, quella sera non mangerà, neanche quella dopo e quella dopo ancora. diventerà bulimica, poi diventerà punk poi il punk diventerà pop e leccare fiche un giorno sarà persino cool. quel tatuaggio ce l’ha ancora addosso, la protesta è evidente quanto superflua. sul volo GHX7863KLN sono solo un numero, il 30 per l’esattezza, il che mi lascia basito se penso che tutti i passeggeri qui dentro hanno la stessa probabilità di morire che ho io. c’è il 29 che legge il giornale, il 28 che non smette di parlare, il 27 che ha i capelli bianchi. saremo anche tutti numeri qui dentro ma io ho la netta sensazione che l’hostess stia guardando proprio me. non mi devo lasciare ingannare dalla situazione. Andrea caro, hai una cotta per lei perché è l’unica donna qui dentro che avresti il diritto di chiamare con un bottone. questa voce ha dannatamente ragione. un brivido mi attraversa e non posso fare altro che sporgere la testa investendo la sua scia per annusare l’aria. che buon odore, odore di hostess. sei vestita sempre uguale e ti riponi dentro un’apposita nicchia che nessuno però ha mai visto. il tuo posto è infondo all’aeroplano, potresti avere un altro lì dietro ma non lo saprò mai, quindi è inutile preoccuparsi. allacciarmi la cintura? ma certo. ci rispettiamo come due coniugi sul grande schermo, siamo la corretta abbreviazione di un qualsiasi rapporto del ventunesimo secolo. siamo ad alta quota bambina, se vuoi ti canto una canzone. oppure possiamo semplicemente goderci in silenzio il tempo che ci rimane prima di toccare terra. ma di cosa ti preoccupi? della turbolenza? non è eccitante? no non lo è. è tremendamente triste e su questo aereo non c’è abbastanza spazio. vorrei muovermi di più, vorrei farmi valere. per Dio non ci avevo pensato: qui posso guardare le cose da lontano. e se fosse in volo il posto giusto per prendere le decisioni importanti? hai ricominciato con le domande, ma non lo sai che l’amore sorvola? facciamo il punto della situazione: appena tocco terra non mi giro a guardarti volare via, promesso. vado dritto per il centro di Kiev, mi faccio una doccia e mi dimentico che poco fa ero con la testa fra le nuvole, con una bellissima donna al mio fianco che scelsi di chiamare amore invece che con un bottone. 

sono a 25 mila piedi da terra e sto palesemente perdendo la guerra lampo contro la lesbica alla mia sinistra che pretende di aprire tutti e tre i bocchettoni dell’aria condizionata quando la temperatura qui sull’aereo è più che sostenibile. eternamente insoddisfatta gliela do vinta, sarebbe voluta nascere con il cazzo la sua punizione la sconta giorno dopo giorno. la sua compagna la prende per mano, la sbaciucchia, le accarezza il fondoschiena sfatto quando lei si sporge per guardare fuori dal finestrino. sono entrambe orrende come la maggior parte delle lesbiche: dopotutto non sono mai come te le immagini. no passere lisce, no culi sodi ma soprattutto no sise XXL. una delle due sfoggia un tatuaggio sul polso, eseguito piuttosto male. molto probabilmente un capriccio di gioventù: è a tavola con i suoi e fra le lacrime cerca invano quel briciolo di orgoglio che ogni coming out richiederebbe. “Mamma, mi piace la fica!”. la madre è sbigottita, il padre si rifugia subito in un espressione solenne per evitare che nessuno dei presenti gli legga in faccia i pensieri che sono tutti per la figlia nell’atto di additare i genitali di qualche sua compagna di classe. e allora lei scappa in camera, quella sera non mangerà, neanche quella dopo e quella dopo ancora. diventerà bulimica, poi diventerà punk poi il punk diventerà pop e leccare fiche un giorno sarà persino cool. quel tatuaggio ce l’ha ancora addosso, la protesta è evidente quanto superflua. sul volo GHX7863KLN sono solo un numero, il 30 per l’esattezza, il che mi lascia basito se penso che tutti i passeggeri qui dentro hanno la stessa probabilità di morire che ho io. c’è il 29 che legge il giornale, il 28 che non smette di parlare, il 27 che ha i capelli bianchi. saremo anche tutti numeri qui dentro ma io ho la netta sensazione che l’hostess stia guardando proprio me. non mi devo lasciare ingannare dalla situazione. Andrea caro, hai una cotta per lei perché è l’unica donna qui dentro che avresti il diritto di chiamare con un bottone. questa voce ha dannatamente ragione. un brivido mi attraversa e non posso fare altro che sporgere la testa investendo la sua scia per annusare l’aria. che buon odore, odore di hostess. sei vestita sempre uguale e ti riponi dentro un’apposita nicchia che nessuno però ha mai visto. il tuo posto è infondo all’aeroplano, potresti avere un altro lì dietro ma non lo saprò mai, quindi è inutile preoccuparsi. allacciarmi la cintura? ma certo. ci rispettiamo come due coniugi sul grande schermo, siamo la corretta abbreviazione di un qualsiasi rapporto del ventunesimo secolo. siamo ad alta quota bambina, se vuoi ti canto una canzone. oppure possiamo semplicemente goderci in silenzio il tempo che ci rimane prima di toccare terra. ma di cosa ti preoccupi? della turbolenza? non è eccitante? no non lo è. è tremendamente triste e su questo aereo non c’è abbastanza spazio. vorrei muovermi di più, vorrei farmi valere. per Dio non ci avevo pensato: qui posso guardare le cose da lontano. e se fosse in volo il posto giusto per prendere le decisioni importanti? hai ricominciato con le domande, ma non lo sai che l’amore sorvola? facciamo il punto della situazione: appena tocco terra non mi giro a guardarti volare via, promesso. vado dritto per il centro di Kiev, mi faccio una doccia e mi dimentico che poco fa ero con la testa fra le nuvole, con una bellissima donna al mio fianco che scelsi di chiamare amore invece che con un bottone. 

stanotte festeggeremo come ci hai insegnato tu: con puttane e cocaina

ce n’est pas un pistolet.

era il 1830 e Delacroix decise di armare un bambino di 15 anni con due pistole d’ordinanza della Marina Francese che è un pò come fare per due volte lo stesso errore. diciamo che è come farsi la seconda pera. sei colpevole ma soprattutto sei cosciente della tua colpevolezza, il che ti rende tremendamente più colpevole di quanto lo eri in precedenza. con la prima pistola spari, con la seconda spari di nuovo. i moti del 30-31 rimangono incollati alle pagine della storia non tanto perché sono una rottura di coglioni ma perché a muovere la rivoluzione non furono i cosiddetti “morti di fame” ma la classe borghese, che allora stava di un bene che neanche te lo sto a spiegare: cacciagione a profusione, sesso non protetto ma soprattutto zero bidè. nonostante questo Delacroix mistificò completamente la componente di maggioranza della rivolta, quella borghese appunto, dando al suo dipinto una valenza puramente propagandistica. dividere il popolo in classi sarebbe stato come dimezzare la sua forza d’urto e questo Delacroix non lo accettava, sapeva bene infatti che concedere la rivoluzione ad una sola parte di popolo avrebbe significato mandare a puttane la rivoluzione stessa. nel dipinto così compaiono partendo da sinistra: un popolano scamiciato armato di sciabola, un signorotto col cilindro vestito di tutto punto, una donna con le sise di fuori (che faceva volare l’auditel anche nel 1830) e il nostro bambino armato di pistole. i quattro infoiati guadagnano metri calpestando i cadaveri dei caduti, tra cui possiamo riconoscere sia civili che guardie del Re. un’immagine estremamente dura che non lascia intendere messaggi nascosti: per Delacroix cambiare la realtà è un fatto di sangue. 

[pausa]

vorrei girare intorno al discorso per non sputare sterili sentenze ed evitare di dare a tutto questo una parvenza politica. vorrei corteggiare l’argomento per un po’ prima di chiedergli di scopare, così giusto per addolcire il frangente. la politica , quella concepita come mestiere e non come servizio, non la si sfiorerà neanche perché ultimamente si è rilevata per quello che è: una frigida zitella con dei gravi problemi di secchezza. 

spesso negli ultimi tempi mi è capitato di incappare nei controversi scritti di Slavoj Zizek, un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. lungi da me capire una sola parola di quello che dice o di quello che dicono i filosofi o gli psicoanalisti (per carità di Dio sono bello e mi piace la fica) ma le mie opinioni sentono a volte il bisogno di sostegno, giusto per avere la conferma di non essere pazzo. di sostegno me ne serve uno, sia ben chiaro, non cerco affatto il consenso numerico, quindi quando ho la fortuna di leggere due tre frasi che “se avessi studiato…cazzo, l’avrei detto proprio così!” allora mi aggrappo ad esse come si fa col salvagente. una volta assunte le cose che leggo le lascio incontrare con la mia, povera, esperienza senza dimenticare di distinguere quello che mi infervora da quello che mi annoia. è così che gli ignoranti costruiscono la propria opinione ed è così che io mi sto costruendo un opinione. tengo a specificare che la mia riflessione non nasce da un fatto d’attualità, bensì lavoro sulle mie idee costantemente nutrendole quando posso, come posso. la domanda che mi pongo e che mi ha mosso a scrivere valutazioni è la seguente: come hanno fatto ma soprattutto chi ci ha convinto che la violenza è sbagliata

quello che ho notato nei giorni scorsi è stato questo: un SUV in fiamme in Via Cavour ci indigna, un paese massacrato dalla rivoluzione come la Libia ci fa gridare alla divina giustizia e non solo. mandiamo in Libia caccia bombardieri a distruggere SUV, alimentari di tenerissime vecchie in lacrime e piazze dall’inestimabile valore storico. posso quindi appurare con certezza che i miei concittadini escludono a prescindere la violenza dagli elementi fondamentali che portano ad una transizione. tornando a Slavoj, lo studioso pochi mesi fa ha rilasciato un’intervista in cui cercava di spiegare la sua personale opinione su quello che lui chiama violenza popolare emancipatoria, una sorta di violenza necessaria che consiste nell’immobilizzare un paese tramite l’occupazione di luoghi pubblici. una roba che non si è inventato lui in fin dei conti, ma un conto è quando a dirtelo è un tossico fissato con la musica reggae un conto è quando quel qualcuno c’ha tre cattedre. poi lo stesso Slavoj si rincoglionisce in un’intervento sull’Internazionale di Febbraio in cui afferma che in fin dei conti Mubarak è stato cacciato senza violenza da parte dei manifestanti, probabilmente una marchetta editoriale bugiarda e senza alcuna logica. vabbè, generalmente dopo i 40 ci rincoglioniamo tutti, ci sta. 

[pausa]

è la mattina di Lunedì 17 e il mondo ha ormai digerito le ultime news che vengono da Roma. mi faccio un giro su Facebook, poi su Twitter, leggo pareri, leggo giornali, leggo blog, ascolto esperti, accendo la TV, spengo la TV, mi faccio una sega. una normale mattina di cronaca che però poi sfocia in uno stato di confusione senza precedenti: mi sento solo perché tutti la pensano diversamente da me. in due giorni ha preso piede l’idea che la violenza è totalmente sbagliata, sempre, e che i facinorosi (questo termine l’abbiamo tutti imparato da Porta a Porta perché prima credo neanche esistesse) erano da allontanare, erano da arrestare, erano da fermare. faccio un giro sui blog dei facinorosi che si giustificano dicendo che i cortei pacifici e i pesanti schieramenti delle forze dell’ordine hanno impedito alla frangia violenta di accedere ai Palazzi. mi sento male. ho letto bene? “i cortei pacifici” hanno impedito il defluire delle frange violente in direzione dei Palazzi? faccio un giro sul blog del Popolo Rosa, loro generalmente sono delle checche senza esclusione di colpi, si cagano sotto neanche si fumassero le purghe. e infatti è così: il giudizio è unanime, “quella gente ha rovinato Roma, ha rovinato la manifestazione, ha rovinato tutto”. c’è un link a piè di pagina che porta ad una lista. è una lista dei parlamentari del PD. sono messi in classifica e il primo è il deputato che da più tempo è stipendiato dal Parlamento, l’ultimo è quello che è stipendiato da meno tempo. scorro i nomi e ce ne sono tanti. mi soffermo su uno, o meglio, uno me lo ricordo bene: Giovanna Melandri, parlamentare da 17 anni, retribuita con circa 15 mila euro mensili. in quel momento mia madre passa per il corridoio, ha il mal di schiena, nell’ufficio dove lavora c’è l’aria condizionata a stecca. si lamenta spesso che è stanca, non posso di certo darle torto. si sveglia la mattina alle 7 da trent’anni è normale abbia i suoi cinque minuti. c’è un video che mi colpisce particolarmente di quelli che hanno fatto il giro del mondo. è il video di un ragazzo che prende una statua della Madonna e la frantuma per terra. subito dopo un gruppo di manifestanti lo bloccano e cercano di linciarlo, lui riesce a scappare. quel video lo riguardo spesso, anche oggi l’ho fatto. lo riguardo e ogni volta ne traggo conclusioni diverse ma che seguono tutte la stessa linea: è il gesto più bello che un giovane confuso può compiere. 

 

a Times Square a New York centinaia di manifestanti sono recintati ai lati della strada mentre dei poliziotti camminano tranquilli. alcuni manifestanti sono appoggiati alle recinzioni, sembra un set di Romero. Times Square è bellissima, la realtà nella città di NY rimane il film più bello per descrivere la sua contemporanea maestosità. le immagini sono con l’audio anche se non si sente volare una mosca. è il 15 Ottobre, il trend topic su Twitter in tutto il mondo è il seguente: #globalchange. spengo tutto mentre sento di poter trarre alcune conclusioni. hanno lavorato su di noi per dividerci nella nostra tristezza. hanno creato il dissenso innocuo imprigionandoci nel conforto della pedagogia spicciola di espressioni come “la violenza non porta a nulla”. siamo diventati le cose che possediamo, divoratori di pillole. hanno ridotto la nostra vista a tal punto da non permetterci di vedere l’importanza epocale di un gesto geniale e visionario come quello della distruzione della statua della Madonna. come degli orfani che non accettano il lutto di un Dio che non c’è più per nessuno difendiamo schizofrenici i nostri idoli pagani. quell’immagine continua a parlarmi: l’oppio è finito, dice. sei un Dio che non paga le tasse, cosa aspettavi sarebbe successo? e hanno trasformato le già obsolete manifestazioni in gite fuori porta, nell’oblio delle droghe leggere, nel frastuono della musica ad alto volume. riusciamo a vivere nelle contraddizioni dello status quo che noi stessi lasciamo vivo e vegeto. nel fare per non fare c’è la colpa più grande che ricade solo sulle nostre spalle, sulle nostre mani piene di calli, sui nostri figli indignati ma silenziosi. io non ci riesco ad esprimere tutto quello che vorrei esprimere perché l’effetto del loro potere non fa prigionieri, fa solo morti, così le parole a volte mi si strozzano in gola e riesco solo a sbuffare. ci lasciano giocare alla rivoluzione permettendoci di diventare gli indossatori ufficiali della maschera di V per Vendetta, una maschera che ha una storia raccapricciante alle sue spalle: il viso umano da cui è tratta è quella di Guy Fawkes, un’anarchico inglese che nel 1605 tentò di far saltare in aria l’intero Parlamento con dentro il Re Giacomo I e tutti i membri del suo Governo. non ci riuscì e venne giustiziato. ci permettono di vestire la sua maschera, ho visto padri applicarla sul volto dei propri figli minorenni, gli stessi figli minorenni che ogni anno da almeno cento lunghi anni, nelle nostre scuole, incrociano lo sguardo con quello del quindicenne armato di Delacroix e non capiscono che gli uomini grandi lasciano sempre degli indizi a quelli che verranno e che “La Libertà che guida il Popolo” non è nient’altro che un prezioso indizio. fatevelo dire: c’è un motivo per cui quel dipinto non si chiama “Facinorosi distruggono San Giovanni”. 

perché cambiare la realtà è un fatto di sangue. 

diamo fiducia alla violenza. 

studiate perchè abbiamo bisogno di tutta la vostra intelligenza.

vorrei sviscerare il problema che ho con la pigrizia ma il mio è un problema serio, non un semplice pretesto letterario, quindi niente e nessuno riuscirà a scalfirlo. ricordo di aver contratto potentissimi raffreddori solo perché la coperta era finita troppo lontana da me. finisco per lasciarla lì, tutta la notte. mi lascio penetrare dal freddo pungente, dondolo in uno stato di fastidio. se la morte per assideramento fosse possibile sono sicuro che mi alzerei. ma la paura non è papabile, la annovero tra le fantasticherie, ci gioco in modo distratto, la comando a bacchetta. sono stato sull’orlo di orinarmi nel pigiama, la procedura è questa: mano mano prendo confidenza con la condizione di incoscienza barra coscienza, quella di cui ho bisogno per realizzare che il mio organismo necessita proprio di qualcosa in quell’istante. tramite l’astrazione capisco che il concetto universale di pisciarsi addosso è sbagliato e che quindi devo agire di conseguenza se non voglio imbarazzarmi. è proprio in quel momento che non ottengo alcun permesso dal mio stato catatonico. chi dovrebbe lasciarmi andare mi trattiene con lui anche se io do automaticamente per scontato che se voglio compiere un’azione così sarà, punto e basta. comincio a vedermi seduto sul letto come si fa quando si è tristi, col capo chino ci si fissa le ginocchia. mi alzo e mi vedo mettere uno di seguito all’altro i primi passi che sembrano quelli di un neonato senza la minima cognizione dell’equilibrio. ho gli occhi semi chiusi tanto in quella casa ci sono nato, in quella stanza c’ho fatto l’amore per la prima volta, le pareti non si spostano da sole. il resto del tragitto che mi separa dai sanitari non me lo ricordo neanche: in un modo tutt’altro che elegante mi appresto a scaricare il bagaglio quando di soprassalto il mio io ambulante rientra dentro il mio io reale causandomi la contrazione immediata dei muscoli pelvici in una smorfia di sofferenza. sono ancora nel mio letto, i sanitari sono lontani una vita e io mi sto ancora pisciando sotto. penso “sarà mattina, non manca molto alla sveglia” e invece dalle serrande non arriva il benché minimo barlume di alba. la pigrizia porta con se forti attacchi di tedio causati dalla scarsa forza di volontà. c’è un vissuto di esclusione dietro il mio problema? no. affatto. hai sempre avuto tutto con tempistiche alquanto brevi, non sei un acquirente che può lamentarsi. ma allora scusi mi dia degli indizi, non mi lasci qui così? è un dottore o cosa? figliolo quello che sono non lo vengo di certo a dire a lei, quindi se permette ora comincerò a stiracchiarmi gentilmente sulla poltrona mentre lei è pregato di smetterla di passarsi quel fermacarte tra le mani come fosse una lama, ha forse intenzione di minacciarmi? ma le pare! confesso che l’idea un po’ mi solletica ma non sono il tipo che cede facilmente alle tentazioni, dottore! questo non me l’aveva accennato, quand’è l’ultima volta che ha fatto quello che voleva? beh dunque, parliamo dei primi decenni dello scorso secolo, ero sergente ufficiale in via definitiva nei pressi del lago, ha presente il lago dottore? certo che ce l’ho presente. quel lago m’è rimasto qui dentro dottore, non ci sono più tornato e credo proprio d’aver sbagliato, una parte di me è rimasta lì e solo adesso che ne sento la mancanza realizzo quanto è stato importante per me. cos’è che ha fatto di così importante? prima mi ha accennato che proprio lì, per l’ultima volta, ha fatto quello che veramente voleva. dunque cos’è che ha fatto? cosa ho fatto dottore? non ho fatto niente, le ho mentito, non ho fatto niente per quel tempo, al lago. non ha fatto niente, ma allora sù, mi racconti quand’è stata l’ultima volta che ha fatto quello che voleva. non me lo ricordo. come sarebbe a dire non se lo ricorda? sarebbe a dire che non me lo ricordo quand’è stata l’ultima volta. oh ma è incredibile, inaccettabile! le ordino, ora, seduta stante, di fare quello che vuole! sono passati una manciata di secondi e il dottore ha un fermacarte piantato nello sterno, ha lo sguardo fisso ma risoluto. era così difficile? no, dottore, non era così difficile. deve entrare nell’ordine di idee che la vita è ancora sua e l’esperienza della morte esiste solo per i vivi, la prego non mi faccia più tornare sull’argomento. se continuerà a rifiutarsi di fare tesoro dei miei precetti allora tanto vale che mi dica addio, una volta per tutte. no dottore, la prego, no. vorrei tanto che capissi l’importanza dei momenti persi. ma dovrai sbatterci il muso prima o poi. il dottore afferra il fermacarte per un’estremità e gentilmente lo sfila dalla carne. con minuziosa cura lo pulisci dai residui per poi appoggiarlo sul tavolo di pioppo, quello adiacente la poltrona. dottore ha notato che mi da sempre del tu a fine seduta? 

vorrei sviscerare il problema che ho con la pigrizia ma il mio è un problema serio, non un semplice pretesto letterario, quindi niente e nessuno riuscirà a scalfirlo. ricordo di aver contratto potentissimi raffreddori solo perché la coperta era finita troppo lontana da me. finisco per lasciarla lì, tutta la notte. mi lascio penetrare dal freddo pungente, dondolo in uno stato di fastidio. se la morte per assideramento fosse possibile sono sicuro che mi alzerei. ma la paura non è papabile, la annovero tra le fantasticherie, ci gioco in modo distratto, la comando a bacchetta. sono stato sull’orlo di orinarmi nel pigiama, la procedura è questa: mano mano prendo confidenza con la condizione di incoscienza barra coscienza, quella di cui ho bisogno per realizzare che il mio organismo necessita proprio di qualcosa in quell’istante. tramite l’astrazione capisco che il concetto universale di pisciarsi addosso è sbagliato e che quindi devo agire di conseguenza se non voglio imbarazzarmi. è proprio in quel momento che non ottengo alcun permesso dal mio stato catatonico. chi dovrebbe lasciarmi andare mi trattiene con lui anche se io do automaticamente per scontato che se voglio compiere un’azione così sarà, punto e basta. comincio a vedermi seduto sul letto come si fa quando si è tristi, col capo chino ci si fissa le ginocchia. mi alzo e mi vedo mettere uno di seguito all’altro i primi passi che sembrano quelli di un neonato senza la minima cognizione dell’equilibrio. ho gli occhi semi chiusi tanto in quella casa ci sono nato, in quella stanza c’ho fatto l’amore per la prima volta, le pareti non si spostano da sole. il resto del tragitto che mi separa dai sanitari non me lo ricordo neanche: in un modo tutt’altro che elegante mi appresto a scaricare il bagaglio quando di soprassalto il mio io ambulante rientra dentro il mio io reale causandomi la contrazione immediata dei muscoli pelvici in una smorfia di sofferenza. sono ancora nel mio letto, i sanitari sono lontani una vita e io mi sto ancora pisciando sotto. penso “sarà mattina, non manca molto alla sveglia” e invece dalle serrande non arriva il benché minimo barlume di alba. la pigrizia porta con se forti attacchi di tedio causati dalla scarsa forza di volontà. c’è un vissuto di esclusione dietro il mio problema? no. affatto. hai sempre avuto tutto con tempistiche alquanto brevi, non sei un acquirente che può lamentarsi. ma allora scusi mi dia degli indizi, non mi lasci qui così? è un dottore o cosa? figliolo quello che sono non lo vengo di certo a dire a lei, quindi se permette ora comincerò a stiracchiarmi gentilmente sulla poltrona mentre lei è pregato di smetterla di passarsi quel fermacarte tra le mani come fosse una lama, ha forse intenzione di minacciarmi? ma le pare! confesso che l’idea un po’ mi solletica ma non sono il tipo che cede facilmente alle tentazioni, dottore! questo non me l’aveva accennato, quand’è l’ultima volta che ha fatto quello che voleva? beh dunque, parliamo dei primi decenni dello scorso secolo, ero sergente ufficiale in via definitiva nei pressi del lago, ha presente il lago dottore? certo che ce l’ho presente. quel lago m’è rimasto qui dentro dottore, non ci sono più tornato e credo proprio d’aver sbagliato, una parte di me è rimasta lì e solo adesso che ne sento la mancanza realizzo quanto è stato importante per me. cos’è che ha fatto di così importante? prima mi ha accennato che proprio lì, per l’ultima volta, ha fatto quello che veramente voleva. dunque cos’è che ha fatto? cosa ho fatto dottore? non ho fatto niente, le ho mentito, non ho fatto niente per quel tempo, al lago. non ha fatto niente, ma allora sù, mi racconti quand’è stata l’ultima volta che ha fatto quello che voleva. non me lo ricordo. come sarebbe a dire non se lo ricorda? sarebbe a dire che non me lo ricordo quand’è stata l’ultima volta. oh ma è incredibile, inaccettabile! le ordino, ora, seduta stante, di fare quello che vuole! sono passati una manciata di secondi e il dottore ha un fermacarte piantato nello sterno, ha lo sguardo fisso ma risoluto. era così difficile? no, dottore, non era così difficile. deve entrare nell’ordine di idee che la vita è ancora sua e l’esperienza della morte esiste solo per i vivi, la prego non mi faccia più tornare sull’argomento. se continuerà a rifiutarsi di fare tesoro dei miei precetti allora tanto vale che mi dica addio, una volta per tutte. no dottore, la prego, no. vorrei tanto che capissi l’importanza dei momenti persi. ma dovrai sbatterci il muso prima o poi. il dottore afferra il fermacarte per un’estremità e gentilmente lo sfila dalla carne. con minuziosa cura lo pulisci dai residui per poi appoggiarlo sul tavolo di pioppo, quello adiacente la poltrona. dottore ha notato che mi da sempre del tu a fine seduta? 

quando ci si ritiene dei frutti da spremere destabilizzare se stessi spesso rimane l’unico modo per ottenere qualcosa dalla propria vita. ad ogni modo, nonostante sia convinto di quello che dico, mi ritrovo oggi a provare malinconia per quei momenti in cui mi sentivo migliore. ma allora perchè ci danniamo alla ricerca dell’ultimo senso se poi seminare equivale a demolire? l’unico carburante di cui siamo ghiotti è il caos e io sono un degno architetto che in solitudine gioca a spaccare tutto, in attesa della prossima crisi. maledico il giorno in cui mi innamorai delle onde, quel giorno scambiai la matematica dell’esistenza per un leggero mal di testa. ora perdo la strada di casa come farebbe un pesce rosso e mi confondo. io la vita la sciupo per un condizionale presente. conosco il moto dei pianeti ma non so decidermi quando la risposta da cercare è in fondo ad un mare di domani e la sincerità è l’ultima foto che ti è rimasta di un posto lontano in cui sei sicuro non tornerai mai più. vorrei capire come fa un osso a ritornare al suo posto una volta rotto. potrei imitarlo, sono bravo ad imitare. a casa mia parlare da soli non è visto come una cosa buona, per questo prediligiamo di gran lunga il silenzio. sono cresciuto nel silenzio e il silenzio mi ha parlato. in silenzio. ho strusciato le mie parole contro le sue, girandomele in bocca lisce come un grappolo d’uva. le ho mandate giù intere per non godere troppo della loro saggezza e ho finito così per non imparare nulla dal silenzio. ho imparato solo a fare silenzio, anche se nessuno me l’ha mai chiesto di fare silenzio. sono giorni di fuga in cui il mio passare non lascia tracce, se non sentissi fame giurerei quasi di essere morto. se alzate la mano posso darvi la parola, altrimenti state zitti e ascoltate. sogno ancora la maturità perchè sono da essa lontano anni luce. che qualcuno venga qui a giudicarmi altrimenti nuoterò verso ovest e sappiamo tutti cosa c’è ad ovest. non c’è un bel niente. ho pronte qui con me bussole che puntano verso un polo a caso, tanto è a caso che ho imparato a camminare. ci affezioniamo alla vita degli altri perchè è in una di quelle che vorremmo vivere, raggomitolati dentro un sogno altrui, felici di averne uno. vorrei vendervi dei sogni fatti come si deve, di quelli che se li assaggi sanno di utopia. vorrei regalarvi tutti i punti che ho applicato a queste frasi per poi domandarvi “cosa ne fareste?”. sono sicuro che finireste per unirli tutti, dandogli sospensione. l’inferno è per i fortunati, la tristezza è tutta nel limbo.  

quando ci si ritiene dei frutti da spremere destabilizzare se stessi spesso rimane l’unico modo per ottenere qualcosa dalla propria vita. ad ogni modo, nonostante sia convinto di quello che dico, mi ritrovo oggi a provare malinconia per quei momenti in cui mi sentivo migliore. ma allora perchè ci danniamo alla ricerca dell’ultimo senso se poi seminare equivale a demolire? l’unico carburante di cui siamo ghiotti è il caos e io sono un degno architetto che in solitudine gioca a spaccare tutto, in attesa della prossima crisi. maledico il giorno in cui mi innamorai delle onde, quel giorno scambiai la matematica dell’esistenza per un leggero mal di testa. ora perdo la strada di casa come farebbe un pesce rosso e mi confondo. io la vita la sciupo per un condizionale presente. conosco il moto dei pianeti ma non so decidermi quando la risposta da cercare è in fondo ad un mare di domani e la sincerità è l’ultima foto che ti è rimasta di un posto lontano in cui sei sicuro non tornerai mai più. vorrei capire come fa un osso a ritornare al suo posto una volta rotto. potrei imitarlo, sono bravo ad imitare. a casa mia parlare da soli non è visto come una cosa buona, per questo prediligiamo di gran lunga il silenzio. sono cresciuto nel silenzio e il silenzio mi ha parlato. in silenzio. ho strusciato le mie parole contro le sue, girandomele in bocca lisce come un grappolo d’uva. le ho mandate giù intere per non godere troppo della loro saggezza e ho finito così per non imparare nulla dal silenzio. ho imparato solo a fare silenzio, anche se nessuno me l’ha mai chiesto di fare silenzio. sono giorni di fuga in cui il mio passare non lascia tracce, se non sentissi fame giurerei quasi di essere morto. se alzate la mano posso darvi la parola, altrimenti state zitti e ascoltate. sogno ancora la maturità perchè sono da essa lontano anni luce. che qualcuno venga qui a giudicarmi altrimenti nuoterò verso ovest e sappiamo tutti cosa c’è ad ovest. non c’è un bel niente. ho pronte qui con me bussole che puntano verso un polo a caso, tanto è a caso che ho imparato a camminare. ci affezioniamo alla vita degli altri perchè è in una di quelle che vorremmo vivere, raggomitolati dentro un sogno altrui, felici di averne uno. vorrei vendervi dei sogni fatti come si deve, di quelli che se li assaggi sanno di utopia. vorrei regalarvi tutti i punti che ho applicato a queste frasi per poi domandarvi “cosa ne fareste?”. sono sicuro che finireste per unirli tutti, dandogli sospensione. l’inferno è per i fortunati, la tristezza è tutta nel limbo.  

le malate di cazzo e le band emergenti non dovrebbero mai venire a contatto

MI MUOVO VERSO EST (#16) - CONCLUSIONE PARTE DUE. un vero uomo, come ogni vero artista, sa quando è il momento di dire basta. e noi siamo uomini a cui piacerebbe essere artisti solo per giustificare i propri capricci. gli ultimi giorni sono passati lisci, è vero,  ma dopo “L’Esperienza Trojtsk” io non sono più lo stesso e la voglia di tornare a casa è diventata una dittatura mentale. diciamo addio a questo paese come abbiamo detto addio alle donne e agli uomini che abbiamo incontrato lungo il nostro viaggio: io, Diego e Pisterzius ubriachi marci e senza passaporto pisciamo in piena notte sulle lapidi di un cimitero a Belgorod, a pochi chilometri dal confine Ucraino. la momentanea solennità del gesto lascia ben presto il posto alla trama dell’ultimo film di Carpenter (hey John, se c’avessi visto c’avresti scritturato immediatamente!) in cui una manciata di zombie sovietici ci inseguono per le vie della città con i loro liquidator infernali carichi della nostra stessa orina. comincia così il nostro lungo ritorno verso quella che a forza di viverci è diventata la nostra casa e proprio quando comincio a pensare “voglio solo chiudere gli occhi e riaprirli in Italia”, proprio in quel momento il viaggio si dimostra ancora ricco di sorprese. (lasciatemelo dire: non c’è vita noiosa se sei un fissato dei particolari). ci togliamo le ultime dita dal culo rappresentate dalle frontiere russe e ucraine. è un po come vagare nel reparto ritardati in cui gli sbirri preferisco pesare i passaporti piuttosto che contarli. “35 grammi? ok, a occhio e croce dovrebbero essere 6”. consumati dalla visione delle passere secche delle vecchie signore che li aspettano a casa (perché dovete sapere che le femmine nei paesi dell’Est sono dei fiori stupendi fino ai 30 anni, poi vengono messe in lavatrice con l’acido muriatico e asciugate col fon scoreggione), ti studiano e giocano a “indovina chi” con la foto dei documenti, pratica che li diverte tantissimo. come dicevo poco fa, una volta passate le frontiere, ricomincio a respirare buoni propositi e questo non sarebbe possibile se io non realizzassi immediatamente una cosa: passata l’Ucraina il mondo mi ha preso in giro facendomi credere di essere brutto. rileggo di sfuggita i primi post e vedo in me un tipo che ha frainteso l’inverno e non lo ha preso per quello che in realtà è, ovvero una fase. pensare che questi paesi siano brutti a vedersi è sbagliato, soprattutto per quello che riguarda l’Ucraina, l’Ungheria e la Slovenia. scrivevo nel Post #2 “…solcare la Slovenia è come guardarsi un film in bianco e nero”. ora invece mi sembra di essere in Toscana con la sola differenza che le colline sono un attimo più alte e non ci becchi Sting sopra mentre pesta l’uva. eh mio caro Sting, sei venuto in Italia per la figa e per il vino ma come mai nessuno ti ha mai accusato di essere alcolizzato e sessista? alzi la mano chi pensa che tornare da un tour del genere sia come tornare a casa dopo aver fatto la spesa al market. il momento successivo al ritorno effettivo è quello più difficile da superare: hai desiderato come un disperato di tornare a casa e ora che dormi nello stesso letto per due giorni di seguito ti sembra di buttare la vita e tutte le possibilità che avresti se prendessi e ripartissi di nuovo, con in faccia la follia, come hai fatto un mese fa. quando sei on the road le persone e le città cambiano ogni giorno, non appartieni più a niente e la tua casa è una balena a quattro ruote che costa una fortuna mantenere. sei ospite perenne di quello che c’è, nessuno si aspetta che tu resti li perché tutti sanno che se ti fermi sei morto, quindi ti ritrovi nuovamente sulla soglia di qualche casa a fare “ciao” con la mano. ti liberi dalla responsabilità delle tue azioni, sai che domani non sarai li e diventi un animale. mangiare ovunque, dormire dovunque, suonare comunque. se per caso capita di restare due giorni nello stesso posto ti manca l’aria, apprezzi il riposo si, ma chissenefrega del riposo quando hai la possibilità di vedere il mondo. quante persone se lo lasciano sfuggire, il mondo? qualcuno potrebbe dire che il gioco sta diventando vecchio e sarà anche vero, ma scommetto che nessuno qui ha le palle per fare i conti con la normalità. scappare è una droga e in confronto smettere di fumare è come lavarsi i denti la mattina. dovevamo pensarci prima, dovevo pensarci prima. 
ora l’insoddisfazione vorrebbe stringere amicizia con te.
accetti o rifuti?

MI MUOVO VERSO EST (#16) - CONCLUSIONE PARTE DUE. un vero uomo, come ogni vero artista, sa quando è il momento di dire basta. e noi siamo uomini a cui piacerebbe essere artisti solo per giustificare i propri capricci. gli ultimi giorni sono passati lisci, è vero,  ma dopo “L’Esperienza Trojtsk” io non sono più lo stesso e la voglia di tornare a casa è diventata una dittatura mentale. diciamo addio a questo paese come abbiamo detto addio alle donne e agli uomini che abbiamo incontrato lungo il nostro viaggio: io, Diego e Pisterzius ubriachi marci e senza passaporto pisciamo in piena notte sulle lapidi di un cimitero a Belgorod, a pochi chilometri dal confine Ucraino. la momentanea solennità del gesto lascia ben presto il posto alla trama dell’ultimo film di Carpenter (hey John, se c’avessi visto c’avresti scritturato immediatamente!) in cui una manciata di zombie sovietici ci inseguono per le vie della città con i loro liquidator infernali carichi della nostra stessa orina. comincia così il nostro lungo ritorno verso quella che a forza di viverci è diventata la nostra casa e proprio quando comincio a pensare “voglio solo chiudere gli occhi e riaprirli in Italia”, proprio in quel momento il viaggio si dimostra ancora ricco di sorprese. (lasciatemelo dire: non c’è vita noiosa se sei un fissato dei particolari). ci togliamo le ultime dita dal culo rappresentate dalle frontiere russe e ucraine. è un po come vagare nel reparto ritardati in cui gli sbirri preferisco pesare i passaporti piuttosto che contarli. “35 grammi? ok, a occhio e croce dovrebbero essere 6”. consumati dalla visione delle passere secche delle vecchie signore che li aspettano a casa (perché dovete sapere che le femmine nei paesi dell’Est sono dei fiori stupendi fino ai 30 anni, poi vengono messe in lavatrice con l’acido muriatico e asciugate col fon scoreggione), ti studiano e giocano a “indovina chi” con la foto dei documenti, pratica che li diverte tantissimo. come dicevo poco fa, una volta passate le frontiere, ricomincio a respirare buoni propositi e questo non sarebbe possibile se io non realizzassi immediatamente una cosa: passata l’Ucraina il mondo mi ha preso in giro facendomi credere di essere brutto. rileggo di sfuggita i primi post e vedo in me un tipo che ha frainteso l’inverno e non lo ha preso per quello che in realtà è, ovvero una fase. pensare che questi paesi siano brutti a vedersi è sbagliato, soprattutto per quello che riguarda l’Ucraina, l’Ungheria e la Slovenia. scrivevo nel Post #2 “…solcare la Slovenia è come guardarsi un film in bianco e nero”. ora invece mi sembra di essere in Toscana con la sola differenza che le colline sono un attimo più alte e non ci becchi Sting sopra mentre pesta l’uva. eh mio caro Sting, sei venuto in Italia per la figa e per il vino ma come mai nessuno ti ha mai accusato di essere alcolizzato e sessista? alzi la mano chi pensa che tornare da un tour del genere sia come tornare a casa dopo aver fatto la spesa al market. il momento successivo al ritorno effettivo è quello più difficile da superare: hai desiderato come un disperato di tornare a casa e ora che dormi nello stesso letto per due giorni di seguito ti sembra di buttare la vita e tutte le possibilità che avresti se prendessi e ripartissi di nuovo, con in faccia la follia, come hai fatto un mese fa. quando sei on the road le persone e le città cambiano ogni giorno, non appartieni più a niente e la tua casa è una balena a quattro ruote che costa una fortuna mantenere. sei ospite perenne di quello che c’è, nessuno si aspetta che tu resti li perché tutti sanno che se ti fermi sei morto, quindi ti ritrovi nuovamente sulla soglia di qualche casa a fare “ciao” con la mano. ti liberi dalla responsabilità delle tue azioni, sai che domani non sarai li e diventi un animale. mangiare ovunque, dormire dovunque, suonare comunque. se per caso capita di restare due giorni nello stesso posto ti manca l’aria, apprezzi il riposo si, ma chissenefrega del riposo quando hai la possibilità di vedere il mondo. quante persone se lo lasciano sfuggire, il mondo? qualcuno potrebbe dire che il gioco sta diventando vecchio e sarà anche vero, ma scommetto che nessuno qui ha le palle per fare i conti con la normalità. scappare è una droga e in confronto smettere di fumare è come lavarsi i denti la mattina. dovevamo pensarci prima, dovevo pensarci prima. 

ora l’insoddisfazione vorrebbe stringere amicizia con te.

accetti o rifuti?

MI MUOVO VERSO EST (#15) - CONCLUSIONE PARTE UNO. la mia alienazione ha raggiunto livelli storici, in 25 giorni ho avuto 22 letti e questo fa di me un homeless. mi sono sentito costretto a diminuire il numero dei miei interventi, la privacy di tutti va rispettata e rileggendo i post precedenti mi rendo conto di aver raccontato il 40 per cento di quello che è veramente successo in Russia. il restante 60 per cento lo porterò con me nella tomba, dove mi farà compagnia e mi aiuterà con i nodi e con il pettine. ma ora permettetemi di raccontarvi il giorno che non esiste, o meglio quello che io ho ribattezzato come “L’Esperienza Trojtsk”.
arriviamo in città verso le cinque del pomeriggio e Trojtsk si presenta a noi come la tipica cittadina russa dell’interland moscovita, quarantamila mangia borsch con il nulla stampato in fronte. lo Shimansky di turno (che vi ricordo essere il nome dei ragazzi brufolosi e scemi) ci accoglie di fronte al palazzetto dello sport, al centro della city, invitandoci ad entrare: “la partita è iniziata, se ci sbrighiamo riusciamo a vedere un tempo intero”. per mezz’ora buona guardiamo divertiti maschi giovani che sudano mentre corrono dietro ad una minipalla. il calcetto ma indoor e con più violenza per intenderci. è proprio da qui che tutto si tinge di assurdo. non c’è altro modo per raccontarvi “L’Esperienza Trojtsk” se non quello della lista in apnea. dopo la partita finiamo in una pizzeria che fa una pizza buonissima (alla fine della giornata capirò che questo è il primo indizio che risolve il dramma dell’esperienza) mentre lo Shimansky ci continua a chiedere se vogliamo “donne russe belle”. (ndr - l’attività cerebrale in lui è totalmente assente, ho motivo di pensare che da piccolo si sia ficcato qualcosa nel naso spingendolo fino al limite). tra un morso e una scoreggia vestita ci ritroviamo al cospetto del Sindaco di Trojtsk, nel suo ufficio, ad ammirare le foto sulle pareti che rappresentano Putin e Medvedev. Elio azzarda un “ma lei che idea ha di Berlusconi?” lui, evidentemente imbarazzato, lo liquida con un bel “non voglio parlare di questo, piuttosto, cosa pensate di Gorbachev?”. di Gorbachev?. Cristo di un Dio ma che cazzo centra Gorbachev? e poi perché Gorbachev? c’è la TV che riprende il nostro colloquio e la troupe dopo un’ora comincia a fare i close up sulle piante dell’ufficio. sediamo intorno ad un tavolo ovale, insieme a noi e al Sindaco, che intanto assomiglia sempre di più a Bilbo Baggins, c’è un ragazzo con la maglia dei Bad Religion e un pezzo di donna micidiale che non parlerà mai, si limiterà a guardarci con lo sguardo anfibio che sembra dirci “voi siete una band, tu sei il cantante, lui è il Sindaco e io…beh io sono Fica”. è il momento di raggiungere il locale. che non è un locale: è un teatro. dobbiamo esibirci in un teatro? mah. vabbè, per soldi canterei anche sul bidè. una volta entrati ha inizio il “Trattamento Trojtsk”. al nostro arrivo realizzo che li dentro siamo una piccola parte di una grande ricerca sull’Italia e che la Russia non è nient’altro che un’enorme classe di ripetenti in Globalizzazione. ti adorano, ti toccano, ti guardano mentre prendono appunti su come cancellare dai loro occhi 100 anni di dittature. “ragazzi, c’è una sorpresa per voi” ci dice la ragazza che coordina l’evento: mentre parte Toto Cotugno una mandria di bambine tra i 10 e i 12 anni cominciano a dimenarsi tarantolate dentro vestitini aderenti lanciandoci occhiate accattivanti. e poi di seguito: “ragazzi, ora è il momento del gioco”. ci dividono in due file miste, noi più le suddette ragazzine che ci infilano un palloncino tra le gambe. il gioco consiste nel passare questo palloncino tra le gambe di chi ti sta di fronte senza usare le mani, strusciandosi come cubani. sono in una puntata di “Domenica In” diretta da Jimmy il Pedofilo. a vincere è la squadra in cui gioco io, siamo molto entusiasti e come premio ci rilasciano un foglietto con su scritto “Cocktail”. sbianco. penso: “ok, sto per andarmi ad alcolizzare con una bambina di 10 anni, qualcuno mi fermi”. ma non è alcolico, ci dice l’organizzatrice, bensì una bevanda tipicamente italiana: un bicchiere di Coca-Cola con un tocco di gelato che ci galleggia dentro. me la bevo tutta d’un fiato ma lascio il gelato. non me la sento proprio. il sound check dura tra le 3 e le 5 ore, un’eternità, il suono è un rutto a pieni polmoni. ci portano il cathering che consiste in svariate birre e una bottiglia di Vodka, della stessa marca che ci hanno rifilato il giorno prima, ad Ivanovo (secondo indizio per la risoluzione finale). lo show inizia e beh, siamo a teatro no? quindi il pubblico è seduto. seduto sulle poltroncine rosse. e ci guarda. una manciata di promesse spose premestruate balleranno sotto il palco ma il resto è seduto come Toro Seduto. mi sale il disagio: non siamo più musicisti. qui bisogna fingere. siamo a teatro no? quindi facciamo gli attori. il concerto lo vivo in modo depresso non vedo l’ora che finisca. e finisce e immediatamente una ragazza si avvicina a me per urlarmi all’orecchio un pezzo di una canzone di Marilyn Manson. io la osservo sbigottito. successivamente ci invitano nella sala adiacente per gli autografi e le foto. su un piccolo palco vengono sistemate cinque sedie dove dobbiamo accomodarci. fra di noi non smettiamo per un secondo di guardarci, di sgranare gli occhi e di fare spallucce. io, completamente perso e intontito, mi scrivo “Russia” su un braccio. il giorno dopo mi domanderò per quale cazzo di motivo l’ho fatto. da qui è un susseguirsi: parte la discoteca, nel backstage cantiamo canzoni insieme all’organizzatrice che da semplice pedina scenografica vuole elevarsi a oggetto sessuale, non riuscendoci affatto. Francesco mi dice che lo Shimansky promoter gli ha raccontato che i maschi russi quando è primavera hanno sempre il cazzo duro e questo le donne russe lo adorano, quindi in primavera qui si chiava come ricci. balliamo controvoglia e torna in scena la bottiglia di Coca-Cola per uso personale. fumare hashish dentro un teatro vuoto, Linch è un coglione. intontito torno dall’organizzatrice che ci ordina: “tu ora scrivi una lettera a me, io la scrivo a te, così si fa a Trojtsk”. e chi sono io per non rispettare le usanze locali? mi da carta e penna e io mi ci butto a capofitto ma mi stufo subito. sono troppo rincoglionito e finisco per riempire le poche righe che ho buttato giù con una serie di “sto in fissa”. per di più in italiano, lingua che lei non capisce. attacco a ridere, mi prende il panico perché lei invece scrive da mezz’ora ininterrottamente. “che cazzo faccio ora?” penso. poi guardo Luca Marini e in lui, come al solito, vedo la soluzione. “dai qua!” mi dice, e in poco tempo tira giù la perfetta lettera di quelle che spesso trovi come esempio sui libri di testo di lingua inglese. “dear Filippa…” o cose del genere. me la cavo così, ma non riesco ad essere serio, lei lo nota. un pò ci rimane. la serata arriva alla conclusione in grande stile: una cameriera si esibisce in una finta crisi di pianto come segno di profondo dispiacere per la nostra partenza. ce ne andiamo scossi, io voglio solo andare a letto e non svegliarmi per parecchio tempo. raggiungiamo l’ostello (bellissimo). mi stendo, distrutto, apro il mio portatile e qui si rivela il terzo e ultimo indizio: sulla cartina del tour che io ho fatto pochi giorni prima della partenza per la Russia, quindi un mese fa, (potete trovarla nel POST numero 13 del 29 Marzo, andate a controllare) l’unica città a cui manca il pallino rosso con cui sono segnate le varie tappe del viaggio è proprio Trojtsk. comincio a chiedermi perché io l’abbia dimenticata e perché io abbia dimenticato solo lei. come in un puzzle tutte le assurdità cominciano a comporsi davanti a me e la tragedia del messaggio si palesa: la pizza troppo buona per essere russa è il nostro stereotipo di pizza immaginaria. quante probabilità ci sono di trovare la stessa vodka che ti è stata data il giorno prima in un paese come questo in cui ce n’è un numero inimmaginabile di diverse marche e tipi? nessuna. “quella” vodka è l’ultima che abbiamo bevuto quindi la prima che il nostro cervello ha elaborato e ficcato in questa allucinazione. per finire, chiara come l’alba, l’assenza della città sulla mia cartina del tour. e così l’intera giornata diventa un indizio: la visita dal sindaco, i Bad Religion in un ufficio governativo, la domanda su Gorbachev, il gioco del palloncino con le bambine di 12 anni, l’esibizione a teatro, la vita passata a fingere su un palco, la canzone di Marilyn Manson, le telecamere della TV che ci segue ovunque (la televisione, nostro pallino lavorativo raggiunto poi mancato poi nuovamente raggiunto, segnale internazionale del successo) e poi ancora, il rituale della lettera e la finta crisi di pianto, le cinque sedie e la Coca-Cola con il gelato dentro. mi giro e mi rigiro nel letto e anche se fa caldo sento comunque un freddo cane. “L’Esperienza Trojtsk” mi ha sfinito perché non riesco a smettere di pensare a quello che ho scoperto in quell’istante: Trojtsk e il 2 Aprile 2011 non sono mai esistiti e noi abbiamo condiviso la tremenda esperienza del sogno condiviso.

MI MUOVO VERSO EST (#15) - CONCLUSIONE PARTE UNO. la mia alienazione ha raggiunto livelli storici, in 25 giorni ho avuto 22 letti e questo fa di me un homeless. mi sono sentito costretto a diminuire il numero dei miei interventi, la privacy di tutti va rispettata e rileggendo i post precedenti mi rendo conto di aver raccontato il 40 per cento di quello che è veramente successo in Russia. il restante 60 per cento lo porterò con me nella tomba, dove mi farà compagnia e mi aiuterà con i nodi e con il pettine. ma ora permettetemi di raccontarvi il giorno che non esiste, o meglio quello che io ho ribattezzato come “L’Esperienza Trojtsk”.

arriviamo in città verso le cinque del pomeriggio e Trojtsk si presenta a noi come la tipica cittadina russa dell’interland moscovita, quarantamila mangia borsch con il nulla stampato in fronte. lo Shimansky di turno (che vi ricordo essere il nome dei ragazzi brufolosi e scemi) ci accoglie di fronte al palazzetto dello sport, al centro della city, invitandoci ad entrare: “la partita è iniziata, se ci sbrighiamo riusciamo a vedere un tempo intero”. per mezz’ora buona guardiamo divertiti maschi giovani che sudano mentre corrono dietro ad una minipalla. il calcetto ma indoor e con più violenza per intenderci. è proprio da qui che tutto si tinge di assurdo. non c’è altro modo per raccontarvi “L’Esperienza Trojtsk” se non quello della lista in apnea. dopo la partita finiamo in una pizzeria che fa una pizza buonissima (alla fine della giornata capirò che questo è il primo indizio che risolve il dramma dell’esperienza) mentre lo Shimansky ci continua a chiedere se vogliamo “donne russe belle”. (ndr - l’attività cerebrale in lui è totalmente assente, ho motivo di pensare che da piccolo si sia ficcato qualcosa nel naso spingendolo fino al limite). tra un morso e una scoreggia vestita ci ritroviamo al cospetto del Sindaco di Trojtsk, nel suo ufficio, ad ammirare le foto sulle pareti che rappresentano Putin e Medvedev. Elio azzarda un “ma lei che idea ha di Berlusconi?” lui, evidentemente imbarazzato, lo liquida con un bel “non voglio parlare di questo, piuttosto, cosa pensate di Gorbachev?”. di Gorbachev?. Cristo di un Dio ma che cazzo centra Gorbachev? e poi perché Gorbachev? c’è la TV che riprende il nostro colloquio e la troupe dopo un’ora comincia a fare i close up sulle piante dell’ufficio. sediamo intorno ad un tavolo ovale, insieme a noi e al Sindaco, che intanto assomiglia sempre di più a Bilbo Baggins, c’è un ragazzo con la maglia dei Bad Religion e un pezzo di donna micidiale che non parlerà mai, si limiterà a guardarci con lo sguardo anfibio che sembra dirci “voi siete una band, tu sei il cantante, lui è il Sindaco e io…beh io sono Fica”. è il momento di raggiungere il locale. che non è un locale: è un teatro. dobbiamo esibirci in un teatro? mah. vabbè, per soldi canterei anche sul bidè. una volta entrati ha inizio il “Trattamento Trojtsk”. al nostro arrivo realizzo che li dentro siamo una piccola parte di una grande ricerca sull’Italia e che la Russia non è nient’altro che un’enorme classe di ripetenti in Globalizzazione. ti adorano, ti toccano, ti guardano mentre prendono appunti su come cancellare dai loro occhi 100 anni di dittature. “ragazzi, c’è una sorpresa per voi” ci dice la ragazza che coordina l’evento: mentre parte Toto Cotugno una mandria di bambine tra i 10 e i 12 anni cominciano a dimenarsi tarantolate dentro vestitini aderenti lanciandoci occhiate accattivanti. e poi di seguito: “ragazzi, ora è il momento del gioco”. ci dividono in due file miste, noi più le suddette ragazzine che ci infilano un palloncino tra le gambe. il gioco consiste nel passare questo palloncino tra le gambe di chi ti sta di fronte senza usare le mani, strusciandosi come cubani. sono in una puntata di “Domenica In” diretta da Jimmy il Pedofilo. a vincere è la squadra in cui gioco io, siamo molto entusiasti e come premio ci rilasciano un foglietto con su scritto “Cocktail”. sbianco. penso: “ok, sto per andarmi ad alcolizzare con una bambina di 10 anni, qualcuno mi fermi”. ma non è alcolico, ci dice l’organizzatrice, bensì una bevanda tipicamente italiana: un bicchiere di Coca-Cola con un tocco di gelato che ci galleggia dentro. me la bevo tutta d’un fiato ma lascio il gelato. non me la sento proprio. il sound check dura tra le 3 e le 5 ore, un’eternità, il suono è un rutto a pieni polmoni. ci portano il cathering che consiste in svariate birre e una bottiglia di Vodka, della stessa marca che ci hanno rifilato il giorno prima, ad Ivanovo (secondo indizio per la risoluzione finale). lo show inizia e beh, siamo a teatro no? quindi il pubblico è seduto. seduto sulle poltroncine rosse. e ci guarda. una manciata di promesse spose premestruate balleranno sotto il palco ma il resto è seduto come Toro Seduto. mi sale il disagio: non siamo più musicisti. qui bisogna fingere. siamo a teatro no? quindi facciamo gli attori. il concerto lo vivo in modo depresso non vedo l’ora che finisca. e finisce e immediatamente una ragazza si avvicina a me per urlarmi all’orecchio un pezzo di una canzone di Marilyn Manson. io la osservo sbigottito. successivamente ci invitano nella sala adiacente per gli autografi e le foto. su un piccolo palco vengono sistemate cinque sedie dove dobbiamo accomodarci. fra di noi non smettiamo per un secondo di guardarci, di sgranare gli occhi e di fare spallucce. io, completamente perso e intontito, mi scrivo “Russia” su un braccio. il giorno dopo mi domanderò per quale cazzo di motivo l’ho fatto. da qui è un susseguirsi: parte la discoteca, nel backstage cantiamo canzoni insieme all’organizzatrice che da semplice pedina scenografica vuole elevarsi a oggetto sessuale, non riuscendoci affatto. Francesco mi dice che lo Shimansky promoter gli ha raccontato che i maschi russi quando è primavera hanno sempre il cazzo duro e questo le donne russe lo adorano, quindi in primavera qui si chiava come ricci. balliamo controvoglia e torna in scena la bottiglia di Coca-Cola per uso personale. fumare hashish dentro un teatro vuoto, Linch è un coglione. intontito torno dall’organizzatrice che ci ordina: “tu ora scrivi una lettera a me, io la scrivo a te, così si fa a Trojtsk”. e chi sono io per non rispettare le usanze locali? mi da carta e penna e io mi ci butto a capofitto ma mi stufo subito. sono troppo rincoglionito e finisco per riempire le poche righe che ho buttato giù con una serie di “sto in fissa”. per di più in italiano, lingua che lei non capisce. attacco a ridere, mi prende il panico perché lei invece scrive da mezz’ora ininterrottamente. “che cazzo faccio ora?” penso. poi guardo Luca Marini e in lui, come al solito, vedo la soluzione. “dai qua!” mi dice, e in poco tempo tira giù la perfetta lettera di quelle che spesso trovi come esempio sui libri di testo di lingua inglese. “dear Filippa…” o cose del genere. me la cavo così, ma non riesco ad essere serio, lei lo nota. un pò ci rimane. la serata arriva alla conclusione in grande stile: una cameriera si esibisce in una finta crisi di pianto come segno di profondo dispiacere per la nostra partenza. ce ne andiamo scossi, io voglio solo andare a letto e non svegliarmi per parecchio tempo. raggiungiamo l’ostello (bellissimo). mi stendo, distrutto, apro il mio portatile e qui si rivela il terzo e ultimo indizio: sulla cartina del tour che io ho fatto pochi giorni prima della partenza per la Russia, quindi un mese fa, (potete trovarla nel POST numero 13 del 29 Marzo, andate a controllare) l’unica città a cui manca il pallino rosso con cui sono segnate le varie tappe del viaggio è proprio Trojtsk. comincio a chiedermi perché io l’abbia dimenticata e perché io abbia dimenticato solo lei. come in un puzzle tutte le assurdità cominciano a comporsi davanti a me e la tragedia del messaggio si palesa: la pizza troppo buona per essere russa è il nostro stereotipo di pizza immaginaria. quante probabilità ci sono di trovare la stessa vodka che ti è stata data il giorno prima in un paese come questo in cui ce n’è un numero inimmaginabile di diverse marche e tipi? nessuna. “quella” vodka è l’ultima che abbiamo bevuto quindi la prima che il nostro cervello ha elaborato e ficcato in questa allucinazione. per finire, chiara come l’alba, l’assenza della città sulla mia cartina del tour. e così l’intera giornata diventa un indizio: la visita dal sindaco, i Bad Religion in un ufficio governativo, la domanda su Gorbachev, il gioco del palloncino con le bambine di 12 anni, l’esibizione a teatro, la vita passata a fingere su un palco, la canzone di Marilyn Manson, le telecamere della TV che ci segue ovunque (la televisione, nostro pallino lavorativo raggiunto poi mancato poi nuovamente raggiunto, segnale internazionale del successo) e poi ancora, il rituale della lettera e la finta crisi di pianto, le cinque sedie e la Coca-Cola con il gelato dentro. mi giro e mi rigiro nel letto e anche se fa caldo sento comunque un freddo cane. “L’Esperienza Trojtsk” mi ha sfinito perché non riesco a smettere di pensare a quello che ho scoperto in quell’istante: Trojtsk e il 2 Aprile 2011 non sono mai esistiti e noi abbiamo condiviso la tremenda esperienza del sogno condiviso.

in mega ritardo. c’è più connessione in Kenya.
MI MUOVO VERSO OVEST (#14) - lasciatemi spendere due parole sul ragazzo che ci guida da ormai diciotto giorni in quello che sarà ricordato come la cosa più tosta che io abbia mai fatto. il ragazzo è un tipo biondo cenere di vent’anni e ha la tipica aria da sallucchione del Nord Est con l’espressione di chi ha passato i suoi ultimi 5 anni a farsi le seghe in pigiama davanti alle reclame degli attrezzi per perdere peso (quelli in cui c’è la figa sul tapirulan che ride mentre una macchina gli schiaffeggia i glutei). se pensate che io stia descrivendo me stesso allora non avete capito che tipo è questo. appena lo incontriamo ad Uzgorod, in Ucraina, il ragazzo si presenta così: “ciao, ho vent’anni, ho il [censura], ho appena divorziato e mio padre è il produttore di Pink”. vorrei fare una precisazione che vale per tutti gli interventi che ho scritto fino ad oggi: ho visto troppe cose nella vita per potermi permettere di raccontare cazzate, questo sia ben chiaro, quindi vi consiglio di prendere per vero tutto quello che leggete. dove ero rimasto. dopo i primi i giorni in cui generalmente gli sconosciuti si studiano comincio subito a fare delle valutazioni interne. a me sembra un pezzo di coglione, penso dentro di me, e il tipo non sembra intenzionato a smentirmi, anzi. in poco meno di venti giorni colleziona una serie di fallimenti e ritardi che neanche la peggiore delle malattie potrebbe giustificare. come non citare la sua celeberrima “ragazzi datemi immediatamente 700 euro altrimenti gli sbirri vi mettono in prigione”, oppure “ragazzi datemi 1000 rubli altrimenti gli sbirri vi ficcano l’erba nelle valige per poi dire che è vostra”, o anche “ragazzi non preoccupatevi, mio padre (che intanto da produttore di Pink è diventato un noto politico ucraino) conosce il poliziotto che ci ha fatto la multa, riavrete i vostri soldi al più presto”. e fidatevi quando vi dico che potrei continuare per ore e ore ma poi finirei per risultare un acido del cazzo quando invece voglio solo farvi divertire. il ragazzo ne colleziona uno al giorno di questi strike e in poco più di una settimana diventa il nostro beniamino. il suo apice l’ho già raccontato in un post precedente: noi, di notte in furgone, dopo un party sovietico che cerchiamo di tornare a casa perché lui è troppo ubriaco per ricordarsi dove è il nostro appartamento, io che canticchio un motivetto per farlo uscire di testa, lui che di rimando sa solo risponderci “I don’t remembeeeeer” per poi scappare dal furgone ogni qualvolta ci fermiamo ad un semaforo. un bambino. che per carità a vent’anni hai tutto il sacrocazzo diritto di fare il bambino, ma ti prego, ti prego fallo a casa tua ti viene da pensare. ma torniamo al suo aspetto esteriore (credo molto nella fisiogniomica). il ragazzo si lava ogni cinque giorni come è usanza qui nelle terre di Mordor. ha la barba che va di moda nell’europa dell’Est anche se il primo a portarla fu il grande Ahmadinejad, quella non lunghissima ma che copre solo la parte inferiore del viso, con baffi e gran parte delle guance rase. dopo la seconda settimana il ragazzo smette di vestire i jeans e passa al pezzo sotto del pigiama il quale è ormai diventato un bijou dopo un mese di tour negli inferi: croste di liquido seminale e orina costellano la stoffa azzurra come fosse la volta celeste in un notte di mezza estate. porta con se una valigia enorme, verde militare, piena zeppa di magliette degli Helia, i quali poveracci sono rimasti senza merch. quindi dicevamo: t-shirts della band, un jeans (che non vedo ormai da giorni) e due paia di calzini. rileggete quante cazzo di volte volete ma quel due non diventerà un 5, ne un 10, ne un 15. rimarrà due. nel van gli abbiamo affibbiato, ovviamente, il posto più scomodo, in prima fila, quello tra il driver e il sedile destro vicino al finestrino. il ragazzo, proprio perché è una persona irritante, dopo mezz’ora di viaggio (e intendo ogni viaggio) si spalma sul cruscotto mettendoci le gambe e i piedi (scalzi) sopra. tu, che sei all’angolo destro, non puoi far altro che sottostare al suo bisogno costante di comodità e riposo oltre a quello di esibire a tutti i costi i suoi calzini color catarro. con se porta sempre una mucca peluche che usa come cuscino e molto probabilmente come scop-amica. si perché di figa a forza di non lavarsi non ne vede molta. anzi, non ne vede proprio per niente (amico, hai il [censura] mica l’AIDS!). devo dire che ha reso il mio viaggio un bel dito su per il culo e gli auguro di non lavorare più, o meglio, di imparare il mestiere del tour manager (mestiere tra i più complicati) e poi di riproporsi a qualche band di morti di fame del suo paese natale. è un vaso di Pandora di cazzate a cui ormai non crede più nessuno. il problema è che quando ti ritrovi a vivere a stretto contatto con delle persone per un lungo periodo di tempo non puoi permetterti di avere vicino i compagni sbagliati perché anche il minimo difetto di uno di quest’ultimi può diventare la causa della tua follia. bisogna essere omogenei, lisci e delicati, come se ci fosse un legame di sangue vero e proprio. questo noi lo sappiamo bene, ne vale la nostra sopravvivenza. è certo che il ragazzo leggerà tutto questo, il che mi rende libero, felice e più leggero come dopo lo stronzo pasquale. mentre scrivo il Dottor Pasternak guida veloce verso Vologda, dove ci arrivano voci di un freddo glaciale. io indosso la mia calzamaglia la quale dovrebbe proteggermi per bene dagli attacchi del Generale Inverno. ho cominciato ad avere gli incubi la notte, forse perché non mangio frutta e mi manca la pasta.

in mega ritardo. c’è più connessione in Kenya.

MI MUOVO VERSO OVEST (#14) - lasciatemi spendere due parole sul ragazzo che ci guida da ormai diciotto giorni in quello che sarà ricordato come la cosa più tosta che io abbia mai fatto. il ragazzo è un tipo biondo cenere di vent’anni e ha la tipica aria da sallucchione del Nord Est con l’espressione di chi ha passato i suoi ultimi 5 anni a farsi le seghe in pigiama davanti alle reclame degli attrezzi per perdere peso (quelli in cui c’è la figa sul tapirulan che ride mentre una macchina gli schiaffeggia i glutei). se pensate che io stia descrivendo me stesso allora non avete capito che tipo è questo. appena lo incontriamo ad Uzgorod, in Ucraina, il ragazzo si presenta così: “ciao, ho vent’anni, ho il [censura], ho appena divorziato e mio padre è il produttore di Pink”. vorrei fare una precisazione che vale per tutti gli interventi che ho scritto fino ad oggi: ho visto troppe cose nella vita per potermi permettere di raccontare cazzate, questo sia ben chiaro, quindi vi consiglio di prendere per vero tutto quello che leggete. dove ero rimasto. dopo i primi i giorni in cui generalmente gli sconosciuti si studiano comincio subito a fare delle valutazioni interne. a me sembra un pezzo di coglione, penso dentro di me, e il tipo non sembra intenzionato a smentirmi, anzi. in poco meno di venti giorni colleziona una serie di fallimenti e ritardi che neanche la peggiore delle malattie potrebbe giustificare. come non citare la sua celeberrima “ragazzi datemi immediatamente 700 euro altrimenti gli sbirri vi mettono in prigione”, oppure “ragazzi datemi 1000 rubli altrimenti gli sbirri vi ficcano l’erba nelle valige per poi dire che è vostra”, o anche “ragazzi non preoccupatevi, mio padre (che intanto da produttore di Pink è diventato un noto politico ucraino) conosce il poliziotto che ci ha fatto la multa, riavrete i vostri soldi al più presto”. e fidatevi quando vi dico che potrei continuare per ore e ore ma poi finirei per risultare un acido del cazzo quando invece voglio solo farvi divertire. il ragazzo ne colleziona uno al giorno di questi strike e in poco più di una settimana diventa il nostro beniamino. il suo apice l’ho già raccontato in un post precedente: noi, di notte in furgone, dopo un party sovietico che cerchiamo di tornare a casa perché lui è troppo ubriaco per ricordarsi dove è il nostro appartamento, io che canticchio un motivetto per farlo uscire di testa, lui che di rimando sa solo risponderci “I don’t remembeeeeer” per poi scappare dal furgone ogni qualvolta ci fermiamo ad un semaforo. un bambino. che per carità a vent’anni hai tutto il sacrocazzo diritto di fare il bambino, ma ti prego, ti prego fallo a casa tua ti viene da pensare. ma torniamo al suo aspetto esteriore (credo molto nella fisiogniomica). il ragazzo si lava ogni cinque giorni come è usanza qui nelle terre di Mordor. ha la barba che va di moda nell’europa dell’Est anche se il primo a portarla fu il grande Ahmadinejad, quella non lunghissima ma che copre solo la parte inferiore del viso, con baffi e gran parte delle guance rase. dopo la seconda settimana il ragazzo smette di vestire i jeans e passa al pezzo sotto del pigiama il quale è ormai diventato un bijou dopo un mese di tour negli inferi: croste di liquido seminale e orina costellano la stoffa azzurra come fosse la volta celeste in un notte di mezza estate. porta con se una valigia enorme, verde militare, piena zeppa di magliette degli Helia, i quali poveracci sono rimasti senza merch. quindi dicevamo: t-shirts della band, un jeans (che non vedo ormai da giorni) e due paia di calzini. rileggete quante cazzo di volte volete ma quel due non diventerà un 5, ne un 10, ne un 15. rimarrà due. nel van gli abbiamo affibbiato, ovviamente, il posto più scomodo, in prima fila, quello tra il driver e il sedile destro vicino al finestrino. il ragazzo, proprio perché è una persona irritante, dopo mezz’ora di viaggio (e intendo ogni viaggio) si spalma sul cruscotto mettendoci le gambe e i piedi (scalzi) sopra. tu, che sei all’angolo destro, non puoi far altro che sottostare al suo bisogno costante di comodità e riposo oltre a quello di esibire a tutti i costi i suoi calzini color catarro. con se porta sempre una mucca peluche che usa come cuscino e molto probabilmente come scop-amica. si perché di figa a forza di non lavarsi non ne vede molta. anzi, non ne vede proprio per niente (amico, hai il [censura] mica l’AIDS!). devo dire che ha reso il mio viaggio un bel dito su per il culo e gli auguro di non lavorare più, o meglio, di imparare il mestiere del tour manager (mestiere tra i più complicati) e poi di riproporsi a qualche band di morti di fame del suo paese natale. è un vaso di Pandora di cazzate a cui ormai non crede più nessuno. il problema è che quando ti ritrovi a vivere a stretto contatto con delle persone per un lungo periodo di tempo non puoi permetterti di avere vicino i compagni sbagliati perché anche il minimo difetto di uno di quest’ultimi può diventare la causa della tua follia. bisogna essere omogenei, lisci e delicati, come se ci fosse un legame di sangue vero e proprio. questo noi lo sappiamo bene, ne vale la nostra sopravvivenza. è certo che il ragazzo leggerà tutto questo, il che mi rende libero, felice e più leggero come dopo lo stronzo pasquale. mentre scrivo il Dottor Pasternak guida veloce verso Vologda, dove ci arrivano voci di un freddo glaciale. io indosso la mia calzamaglia la quale dovrebbe proteggermi per bene dagli attacchi del Generale Inverno. ho cominciato ad avere gli incubi la notte, forse perché non mangio frutta e mi manca la pasta.

MI MUOVO VERSO OVEST (#13) - scrivo questo tredicesimo intervento mentre vivo uno dei momenti più belli da quando sono in viaggio verso est: la città è la tipica città sovietica, Chelyabinsk, un agglomerato romantico di palazzi e ghiaccio sporco, ma il luogo in cui mi trovo a passare la notte non è la solita bettola con l’arredamento anni ‘70 ma bensì un graziosissimo albergo, il Tri Kita (che bel nome del cazzo), un albergo appunto frequentato soprattutto da sportivi (in realtà non capisco bene cosa voglia dire “frequentato da sportivi” ma così mi hanno riferito: fino ad adesso il parziale è zoccole 5 - sportivi 0). è una piccola oasi felice con stanze calde, moderne e le pareti tappezzate di immagini di tipi che giocano a hockey, fanno sci di fondo e altre le cose che puoi fare sulla neve, vero unico tesoro inutile di questo paese. hanno persino la TV al Tri Kita e due giovani ragazze alla reception che fanno facce strane quando vado li ad implorarle di vendermi dell’acqua. dell’acqua? ragazzo ma sei impazzito? cosa diavolo vuoi farci con l’acqua. niente signore, niente. prenderò un succo d’ananas. domani la sveglia è tardi, questo vuol dire che dormirò comunque poco perché andrò a letto tardi, ma lo farò perdendo tempo facendo cazzate. quando la sveglia suonerà dovrò rimettermi in quel cesso ambulante di van per oltre 20 ore prima di raggiungere Nizhni Novgorod, città dal nome raccapricciante che al solo pensiero mi fa venire voglia di ficcarmi sotto le coperte e scaccolarmi con la borsa dell’acqua calda infilata fra le cosce (in alto ho voluto mettere la cartina del viaggio, o meglio, del seconda parte del viaggio. non è infatti inclusa l’Ucraina e le prime 3 date in Russia). mi sono preso una leggera tosse nervosa che non mi è totalmente sconosciuta, è fastidiosa e persistente e a lungo andare mi abbassa la voce. per fortuna mancano 6 giorni alla fine della guerra, il nemico abdicherà e noi finiremo tutti ad ingrassare i sussidiari. le giornate passano veloci per questo mi ritrovo a sorridere guardando il calendario. Andrea non mi dirai che è diventato un incubo? no, ma sono sicuro che quando premerò l’acceleratore per guidare verso Roma alzerò il volume dell’autoradio cercando qualche bella canzone da cantare a voce alta. in Russia ti insaponi con la merda e ti sciacqui con il piscio. se l’Italia è un paese per vecchi questo è un paese per nessuno e noi ci stiamo scavando la fossa da soli facendo di tutto per somigliargli il più possibile. a Tyumen, cittadina bianca della Siberia Occidentale, il mio viaggio verso Est è finalmente arrivato a conclusione e, con qualche dolore qua e la, è cominciato quello verso Ovest, il ritorno alla civiltà, almeno per come la concepisco io: acqua calda, alberi verdi e il latte la mattina. non sono io a dire che questo posto non è facile da vivere ma 17 milioni di km quadrati per 140 milioni di persone che parlano da sole. sorseggio il mio succo d’ananas pensando a quale tragitto fanno gli ananas per arrivare a Chelyabinsk, solo per farsi bere dai russi. che stupidi. gli ananas. 

MI MUOVO VERSO OVEST (#13) - scrivo questo tredicesimo intervento mentre vivo uno dei momenti più belli da quando sono in viaggio verso est: la città è la tipica città sovietica, Chelyabinsk, un agglomerato romantico di palazzi e ghiaccio sporco, ma il luogo in cui mi trovo a passare la notte non è la solita bettola con l’arredamento anni ‘70 ma bensì un graziosissimo albergo, il Tri Kita (che bel nome del cazzo), un albergo appunto frequentato soprattutto da sportivi (in realtà non capisco bene cosa voglia dire “frequentato da sportivi” ma così mi hanno riferito: fino ad adesso il parziale è zoccole 5 - sportivi 0). è una piccola oasi felice con stanze calde, moderne e le pareti tappezzate di immagini di tipi che giocano a hockey, fanno sci di fondo e altre le cose che puoi fare sulla neve, vero unico tesoro inutile di questo paese. hanno persino la TV al Tri Kita e due giovani ragazze alla reception che fanno facce strane quando vado li ad implorarle di vendermi dell’acqua. dell’acqua? ragazzo ma sei impazzito? cosa diavolo vuoi farci con l’acqua. niente signore, niente. prenderò un succo d’ananas. domani la sveglia è tardi, questo vuol dire che dormirò comunque poco perché andrò a letto tardi, ma lo farò perdendo tempo facendo cazzate. quando la sveglia suonerà dovrò rimettermi in quel cesso ambulante di van per oltre 20 ore prima di raggiungere Nizhni Novgorod, città dal nome raccapricciante che al solo pensiero mi fa venire voglia di ficcarmi sotto le coperte e scaccolarmi con la borsa dell’acqua calda infilata fra le cosce (in alto ho voluto mettere la cartina del viaggio, o meglio, del seconda parte del viaggio. non è infatti inclusa l’Ucraina e le prime 3 date in Russia). mi sono preso una leggera tosse nervosa che non mi è totalmente sconosciuta, è fastidiosa e persistente e a lungo andare mi abbassa la voce. per fortuna mancano 6 giorni alla fine della guerra, il nemico abdicherà e noi finiremo tutti ad ingrassare i sussidiari. le giornate passano veloci per questo mi ritrovo a sorridere guardando il calendario. Andrea non mi dirai che è diventato un incubo? no, ma sono sicuro che quando premerò l’acceleratore per guidare verso Roma alzerò il volume dell’autoradio cercando qualche bella canzone da cantare a voce alta. in Russia ti insaponi con la merda e ti sciacqui con il piscio. se l’Italia è un paese per vecchi questo è un paese per nessuno e noi ci stiamo scavando la fossa da soli facendo di tutto per somigliargli il più possibile. a Tyumen, cittadina bianca della Siberia Occidentale, il mio viaggio verso Est è finalmente arrivato a conclusione e, con qualche dolore qua e la, è cominciato quello verso Ovest, il ritorno alla civiltà, almeno per come la concepisco io: acqua calda, alberi verdi e il latte la mattina. non sono io a dire che questo posto non è facile da vivere ma 17 milioni di km quadrati per 140 milioni di persone che parlano da sole. sorseggio il mio succo d’ananas pensando a quale tragitto fanno gli ananas per arrivare a Chelyabinsk, solo per farsi bere dai russi. che stupidi. gli ananas. 

MI MUOVO VERSO EST (#12) - mi riprendo a stento da una sessione intensiva di scoregge vestite. ormai quando dalla prima fila del furgone chiedono “who’s fartin’?” (chi sta scoreggiando) sono sempre io quello che timidamente alza la mano. la quantità di metano che produco potrebbe consentire alla mia famiglia di andare avanti per giorni. non so che ora sia (colpa del metano? no, colpa dei fusi che si accavallano mano mano che mangiamo km) ma da pochi minuti la luce è tornata a filtrare dai finestrini ghiacciati del van, quindi se non sbaglio dovrebbe essere mattina presto, molto presto. ho chiuso gli occhi per poche ore più per disperazione che per stanchezza. da quando abbiamo passato Voronetz l’interesse sembra aver abbandonato questo viaggio: Francesco ha avuto la febbre altissima a causa degli sbalzi di temperatura in cui incappiamo ogni volta che entriamo e usciamo dai locali. quando dentro ci sono 30 gradi e fuori ce ne sono -5 puoi fare ben poco, l’accidente è dietro l’angolo pronto per ingropparti. arrivati a Tolyatti, a 100 km da Samara, siamo ospiti della cosiddetta Grande Signora, una femmina di mezza età che ci tratta come suoi figli. ci fa mangiare, lavare, cagare, toccare come se quella fosse casa nostra. passiamo 2 giorni di vero riposo perché le condizioni deliranti di Francesco ci impediscono di proseguire immediatamente il percorso. la sciagura prende le sembianze di una manna dal cielo: nessuno di noi è più in forma, chi per un motivo chi per un altro, abbiamo bisogno di un giorno di riposo altrimenti una di queste mattine ci svegliamo freddi. da Astrakhan in poi ho dormito una manciata di ore e solamente in furgone, ho la morte negli occhi e necessito di una doccia. gli show senza Francesco sono una rottura di coglioni e finiamo per apparire spompati e fiacchi. ritardare sulla tabella di marcia però ci costringe ovviamente ad una traversata dalle proporzioni titaniche, da Tolyatti a Ekaterinburg in un solo viaggio, più di 1000 km attraverso la regione del Tartar dove Dino Buzzati ha ambientato “Il Deserto Dei Tartari”. beh, credeteci o no, ma ora capisco perché quel romanzo gli è venuto una merda. gli storpi che ho cominciato a incontrare da Voronezh in poi sono raddoppiati, ora tutti gli essere umani sembrano aver fermato un tir con la fronte. nasci in Italia sei un piacione che fa bene all’amore, nasci qui fai la comparsa per “Atto Di Forza”. appena partito mi fermo in quello che gli autoctoni chiamano Cafe (una sorta di auto-risto-bar-grill) dove vedo un threesome mal concio di tre soggetti (due uomini e una donna, quest’ultima con un vestito rosso che la fa assomigliare a Kim Basinger senza un cromosoma) che sbraitano ubriachi. la donna è in condizioni pietose, non rimane con la testa dritta neanche per un secondo. sarebbe una vera party girl se l’orologio non segnasse da poco l’una del pomeriggio. di cose interessanti e degne di essere annotate il viaggio ancora in corso per Ekaterinburg non ne ha. è in corso una tempesta di neve, se vuoi pisciare devi tirartelo fuori davanti ad un incazzatissima Siberia Occidentale, un gesto che in un baleno prende tutti i tuoi sogni di gloria e te li rimette su per il culo, proprio da dove li tirasti fuori quando avevi 18 anni. la linea che divideva cielo e terra è ormai scomparsa, il furgone sembra un punto nero lanciato a caso su un foglio bianco. sono 20 ore che sono in viaggio e la cosa più esaltante che può capitare è far finta di dormire quando passi davanti a qualche posto di blocco della milizia. ci informano che da qui in poi gli occhi a mandorla sono più diffusi perché siamo vicini alla Mongolia, il paese dei mongoloidi.