SANGUE DEL MIO SANGUE (PARTE PRIMA)
     
 Dev’essere stato alla fine del mio secondo anno di università. In quel periodo Roma si riscoprì una città notturna e io riuscì a terminare la sessione estiva con largo anticipo, cosa che mi concesse la libertà di godermi lo svago. Uscivo ogni sera e con ogni sera intendo proprio ogni sera: bastava informarsi poco prima di cena per avere un range generoso di luoghi dove passare la notte e la maggior parte dei quartieri, anche quelli più periferici, avevano il loro luogo di ritrovo. Si usciva sempre così non si pensava a quanto poco mare avremmo visto quell’estate. Non chiedetemi perché le persone preferirono avvelenarsi in città piuttosto che scappare da essa perché non sono in vena di moralismi. Fatto sta che a Roma quell’anno la gente strinse un tacito accordo: si sarebbe ritrovata, avrebbe bevuto e poi sarebbe scomparsa. Di conseguenza conobbi molte persone che poi persi di vista quando il caldo decise di cambiare le sue coordinate, a metà settembre. Sarà stato durante una di quelle sere che m’imbattei in un’amica di un mio conoscente, probabilmente del giro di Aldo, un tipo macchinoso la cui qualità era solo quella di avere una grande casa dove fare grandi canne. Ci ritrovammo per caso nella stessa discussione che riguardava il paese migliore dove poter scappare se un giorno avessimo deciso di uccidere i nostri genitori. Una di quelle discussioni che possono portare ovunque ma che nella maggior parte dei casi finiscono con una semplice scossa di capo o al massimo con - “Qualcuno mi faccia un filtro”. Questa ragazza, che solo successivamente si presentò a me come Federica, era per il Belize, io per la Thailandia. Lei sostenne con forza la possibilità di non pagare le tasse, io invece mi difesi esponendole il vantaggio che può portare imparare a menare le mani come fanno in Oriente. Entrambi ci focalizzammo segretamente sulla tecnica dello stordimento, l’unica pratica sociale che permette a due sconosciuti di toccarsi i genitali senza sentirsi sporchi. Guidai verso la casa in cui ero in affitto in quel periodo, un bilocale vicino al fiume dove il mio coinquilino c’era quasi mai. Mi ricordo che cantammo alcuni singoli di successo che la radio aveva scelto di passare, abbassando drasticamente il volume quando incontravamo le volanti della municipale, per poi ricominciare a latrare una volta superate. La guardai attentamente mentre gridava una cosa tipo “How deep is your love” e non era proprio bellissima ma aveva delle tette molto grandi e io quando bevo smetto di avere paura delle tette grandi. Non fu una notte di prestazioni sovrumane e non mi vergogno a dirlo. Oggi un uomo e una donna che non si conoscono mentre si spogliano cercano inevitabilmente di somigliare a qualcun altro che non sia loro stessi. Non è una cosa che si può decidere di non fare. Io ero Micheal Douglas. Accettai la sua totale depilazione come una lieta notizia e lei apprezzò il mio modo di reggerle le gambe come si fa con i maiali subito prima di aprirgli lo stomaco. Non so se per il caldo o per il fatto di avere una sconosciuta accanto a me ma quella notte dormì poco e male. Mi alzai più volte e in una di quelle volte raccolsi il preservativo usato che avevo gettato fuori bordo con nonchalance così da buttarlo nel water. Quando tirai la catena seguì con gli occhi il movimento circolare di quell’affare pieno di sperma e pensai al Belize e mi sentì sconfitto perché “non pagare le tasse” batte “saper menare le mani” almeno tre a zero. Quando fu mattina neanche le tette grandi la salvarono da un secco - “Dai, sentiamoci” e il fatto che lei non fece la faccia dispiaciuta m’innervosì a tal punto che mi feci una sega subito dopo aver sbattuto la porta. Quel giorno rinunciai a sentirmi il maschio alfa ma mi dimenticai di quel mero tentativo di eiaculazione post mortem quando arrivò sera e il ballo dell’universitario romano ricominciò a farmi girare. Passarono mesi e anche se quell’estate era partita bene vidi così poca fica da farmi credere di essere un brutto ragazzo, cosa che però ero convinto di non essere. Il mio incontro con Federica sarebbe stato destinato a quella parte della vita che finisce in chissà che angolo del cervello, un angolo dove di certo torni raramente, se non fosse stato per tutta quella serie di cose assurde che mi capitarono in autunno e che finirono per cambiarmi la vita. Nel periodo in cui il problema per così dire “venne a galla” io avevo ripreso la mia attività universitaria a tempo pieno, ovvero mi svegliavo alle undici, alle tre ero a lezione e alle cinque ero già sulla metro per tornare a casa. Durante quelle notti climaticamente perfette sviluppai una sorta di psicosi che mi accompagnò per almeno tre settimane. Si trattava di questo: intorno alle quattro del mattino la sensazione di essere osservato mi costringeva a destarmi. Passavo le notti così, invaso dall’angoscia di non essere solo nella mia stanza e di avere qualcuno lì, nel buio, impegnato ad osservarmi, in silenzio. Cominciai così a prendere dei tranquillanti blandi e alcune goccie di Xanax per contrastare l’ansia, ma oltre a concedermi atroci picchi di fiacca non scalfirono minimamente quella che era diventata una convinzione: quando erano le quattro, nella mia stanza, si presentava qualcuno. All’inizio dubitai del mio conquilino ma le mie accuse caddero immediatamente quando lui tornò al paese per la morte di un parente. Anche e soprattutto durante quel periodo, quella presenza faceva capolino a casa mia per poi scomparire dopo neanche un paio d’ore. Essere sfiorati dal tocco, seppur leggero, della follia è un’esperienza che non avevo mai provato per diversi motivi: stavo bene, ero in salute, ero piuttosto felice e in famiglia non avevo nessun caso che potesse codurmi verso genetismi di qualche tipo. Forse fu proprio la mia totale fiducia nei confronti delle mie capacità mentali che mi spinsero a credere che quello che immaginavo era vero. Così, quando l’esasperazione verso questa situazione si fece insostenibile, decisi di passare una notte intera sveglio, accucciato nell’insenatura creata da due grandi armadi a muro, lungo il corridoio che dalla porta di casa portava alle camere e all’unico bagno. Mi munì di un coltello da cucina con cui io e il mio coinquilino tagliavamo le cosce di prosciutto che lui portava dal paese, e di una torcia. Solo in alcuni momenti sentì la testa farsi pesante ma riuscì con facilità ad arrivare alle quattro di mattina tanto era il mio bisogno di verità. Le nubi della follia vennero scacciate nel momento in cui una serie di piccoli suoni mi arrivarono all’orecchio, provenienti dal bagno in fondo al corridoio. Un forte e inaspettato attacco di panico mi prese le gambe e lo stomaco, facendomi andare in panne il cervello per alcuni minuti. Quando tornai vigile sentì con chiarezza qualcuno aprire  delicatamente la porta del bagno e dirigersi in modo quasi impercettibile verso la mia stanza. Una figura scura mi passò di fronte e ovviamente non si accorse di me. Notai il rumore che fanno le goccie d’acqua quando cadono per terra, come quando si esce dalla doccia. Chi ora stava entrando in camera mia era bagnato. A quel punto un milione di pensieri mi gridarono in testa: cosa faccio? Sarebbe potuto essere chiunque ma di una cosa ero certo, ossia che quel qualcuno non era lì e non era stato lì per tre settimane con l’idea di farmi del male, altrimenti lo avrebbe fatto parecchio tempo fa. Mentre lo sentì uscire lo ascoltai mugugnare impercettibilmente, quasi come facesse difficoltà a respirare. Lo sentì retrocedere per il corridoio e urtare la porta del bagno. In quel momento, con uno sforzo che se mi conosceste definireste incredibile, presi coraggio e uscì di scatto dall’insenatura tra gli armadi con il coltello in una mano e la torcia nell’altra. Il cono di luce centrò appieno la figura che in un primo momento riconobbi accovacciata su se stessa, atta a passare uno straccio sul pavimento. Quando si accorse di essere illuminato la figura si alzò e tese le braccia in avanti come a difendersi. Una misto di orrore, stupore e ribrezzo mi si appese alle viscere facendomi retrocedere di qualche passo. Di fronte a me, con un’espressione molto simile al puro terrore, c’era una creatura dal colore olivastro, bagnata dalla testa ai piedi e in quel momento rannicchiata su se stessa come se una bomba stesse per esplodergli in faccia. Urlai nella notte come mai mi era capitato di fare e nell’urlo riuscii a pronunciare anche qualcosa che somigliasse anche a un – “Chisseivattenecosavuoi”. Al mio urlo seguì quello della creatura che mi era di fronte che mi tolse il respiro per quanto fosse stridulo e allo stesso tempo atroce. Le sue mani sporche e pelose e orrende si abbassarono e la creatura mostrò finalmente il suo volto. Completamente calvo, quell’essere dal muso oblungo non era neanche minimamente paragonabile all’idea che avevo della ripugnanza. Gli occhi fini e piccoli era incassati in quella cornice animale che era la testa, molto più grande del resto del corpo ma molto meno umana di esso. La mia mente era già a lavoro per capire a cosa somigliasse un abominio del genere quando la visione della bocca, semiaperta, mi riportò sulla giusta strada, così piccola da lasciare passare solo due lungi incisivi rettangolari, così lunghi da toccargli il mento. Era un’uomo? Era un topo? Era l’esatto anello mancante e ora era di fronte a me, impaurito come un bambino e con le braccia intorno alla tazza del cesso.
Gli gridai addosso tutta la mia paura, di nuovo, puntandogli il coltello contro, che tenevo così stretto da farmi male. Una vocetta soffocata mi rispose, una sorta di squittio dai suoni umani.  - Ti prego non mi uccidere!
- Cosa vuoi! Chi sei?! Perché sei a casa mia!
Nei suoi occhi sopraggiunse una vena di malinconia che per un attimo mi fece mollare la presa del coltello. L’essere si tirò su, scivolando più volte sulla pozza d’acqua che aveva lui stesso creato. Era nudo e livido su tutto il corpo. Con il panno si coprì la parte in cui generalmente gli uomini hanno le pudenda e come svuotandosi da un fardello insopportabile mi disse:
- Sono tuo figlio. 

SANGUE DEL MIO SANGUE
(PARTE PRIMA)

    


Dev’essere stato alla fine del mio secondo anno di università. In quel periodo Roma si riscoprì una città notturna e io riuscì a terminare la sessione estiva con largo anticipo, cosa che mi concesse la libertà di godermi lo svago. Uscivo ogni sera e con ogni sera intendo proprio ogni sera: bastava informarsi poco prima di cena per avere un range generoso di luoghi dove passare la notte e la maggior parte dei quartieri, anche quelli più periferici, avevano il loro luogo di ritrovo. Si usciva sempre così non si pensava a quanto poco mare avremmo visto quell’estate. Non chiedetemi perché le persone preferirono avvelenarsi in città piuttosto che scappare da essa perché non sono in vena di moralismi. Fatto sta che a Roma quell’anno la gente strinse un tacito accordo: si sarebbe ritrovata, avrebbe bevuto e poi sarebbe scomparsa. Di conseguenza conobbi molte persone che poi persi di vista quando il caldo decise di cambiare le sue coordinate, a metà settembre. Sarà stato durante una di quelle sere che m’imbattei in un’amica di un mio conoscente, probabilmente del giro di Aldo, un tipo macchinoso la cui qualità era solo quella di avere una grande casa dove fare grandi canne. Ci ritrovammo per caso nella stessa discussione che riguardava il paese migliore dove poter scappare se un giorno avessimo deciso di uccidere i nostri genitori. Una di quelle discussioni che possono portare ovunque ma che nella maggior parte dei casi finiscono con una semplice scossa di capo o al massimo con - “Qualcuno mi faccia un filtro”. Questa ragazza, che solo successivamente si presentò a me come Federica, era per il Belize, io per la Thailandia. Lei sostenne con forza la possibilità di non pagare le tasse, io invece mi difesi esponendole il vantaggio che può portare imparare a menare le mani come fanno in Oriente. Entrambi ci focalizzammo segretamente sulla tecnica dello stordimento, l’unica pratica sociale che permette a due sconosciuti di toccarsi i genitali senza sentirsi sporchi. Guidai verso la casa in cui ero in affitto in quel periodo, un bilocale vicino al fiume dove il mio coinquilino c’era quasi mai. Mi ricordo che cantammo alcuni singoli di successo che la radio aveva scelto di passare, abbassando drasticamente il volume quando incontravamo le volanti della municipale, per poi ricominciare a latrare una volta superate. La guardai attentamente mentre gridava una cosa tipo “How deep is your love” e non era proprio bellissima ma aveva delle tette molto grandi e io quando bevo smetto di avere paura delle tette grandi. Non fu una notte di prestazioni sovrumane e non mi vergogno a dirlo. Oggi un uomo e una donna che non si conoscono mentre si spogliano cercano inevitabilmente di somigliare a qualcun altro che non sia loro stessi. Non è una cosa che si può decidere di non fare. Io ero Micheal Douglas. Accettai la sua totale depilazione come una lieta notizia e lei apprezzò il mio modo di reggerle le gambe come si fa con i maiali subito prima di aprirgli lo stomaco. Non so se per il caldo o per il fatto di avere una sconosciuta accanto a me ma quella notte dormì poco e male. Mi alzai più volte e in una di quelle volte raccolsi il preservativo usato che avevo gettato fuori bordo con nonchalance così da buttarlo nel water. Quando tirai la catena seguì con gli occhi il movimento circolare di quell’affare pieno di sperma e pensai al Belize e mi sentì sconfitto perché “non pagare le tasse” batte “saper menare le mani” almeno tre a zero. Quando fu mattina neanche le tette grandi la salvarono da un secco - “Dai, sentiamoci” e il fatto che lei non fece la faccia dispiaciuta m’innervosì a tal punto che mi feci una sega subito dopo aver sbattuto la porta. Quel giorno rinunciai a sentirmi il maschio alfa ma mi dimenticai di quel mero tentativo di eiaculazione post mortem quando arrivò sera e il ballo dell’universitario romano ricominciò a farmi girare. Passarono mesi e anche se quell’estate era partita bene vidi così poca fica da farmi credere di essere un brutto ragazzo, cosa che però ero convinto di non essere. Il mio incontro con Federica sarebbe stato destinato a quella parte della vita che finisce in chissà che angolo del cervello, un angolo dove di certo torni raramente, se non fosse stato per tutta quella serie di cose assurde che mi capitarono in autunno e che finirono per cambiarmi la vita. Nel periodo in cui il problema per così dire “venne a galla” io avevo ripreso la mia attività universitaria a tempo pieno, ovvero mi svegliavo alle undici, alle tre ero a lezione e alle cinque ero già sulla metro per tornare a casa. Durante quelle notti climaticamente perfette sviluppai una sorta di psicosi che mi accompagnò per almeno tre settimane. Si trattava di questo: intorno alle quattro del mattino la sensazione di essere osservato mi costringeva a destarmi. Passavo le notti così, invaso dall’angoscia di non essere solo nella mia stanza e di avere qualcuno lì, nel buio, impegnato ad osservarmi, in silenzio. Cominciai così a prendere dei tranquillanti blandi e alcune goccie di Xanax per contrastare l’ansia, ma oltre a concedermi atroci picchi di fiacca non scalfirono minimamente quella che era diventata una convinzione: quando erano le quattro, nella mia stanza, si presentava qualcuno. All’inizio dubitai del mio conquilino ma le mie accuse caddero immediatamente quando lui tornò al paese per la morte di un parente. Anche e soprattutto durante quel periodo, quella presenza faceva capolino a casa mia per poi scomparire dopo neanche un paio d’ore. Essere sfiorati dal tocco, seppur leggero, della follia è un’esperienza che non avevo mai provato per diversi motivi: stavo bene, ero in salute, ero piuttosto felice e in famiglia non avevo nessun caso che potesse codurmi verso genetismi di qualche tipo. Forse fu proprio la mia totale fiducia nei confronti delle mie capacità mentali che mi spinsero a credere che quello che immaginavo era vero. Così, quando l’esasperazione verso questa situazione si fece insostenibile, decisi di passare una notte intera sveglio, accucciato nell’insenatura creata da due grandi armadi a muro, lungo il corridoio che dalla porta di casa portava alle camere e all’unico bagno. Mi munì di un coltello da cucina con cui io e il mio coinquilino tagliavamo le cosce di prosciutto che lui portava dal paese, e di una torcia. Solo in alcuni momenti sentì la testa farsi pesante ma riuscì con facilità ad arrivare alle quattro di mattina tanto era il mio bisogno di verità. Le nubi della follia vennero scacciate nel momento in cui una serie di piccoli suoni mi arrivarono all’orecchio, provenienti dal bagno in fondo al corridoio. Un forte e inaspettato attacco di panico mi prese le gambe e lo stomaco, facendomi andare in panne il cervello per alcuni minuti. Quando tornai vigile sentì con chiarezza qualcuno aprire  delicatamente la porta del bagno e dirigersi in modo quasi impercettibile verso la mia stanza. Una figura scura mi passò di fronte e ovviamente non si accorse di me. Notai il rumore che fanno le goccie d’acqua quando cadono per terra, come quando si esce dalla doccia. Chi ora stava entrando in camera mia era bagnato. A quel punto un milione di pensieri mi gridarono in testa: cosa faccio? Sarebbe potuto essere chiunque ma di una cosa ero certo, ossia che quel qualcuno non era lì e non era stato lì per tre settimane con l’idea di farmi del male, altrimenti lo avrebbe fatto parecchio tempo fa. Mentre lo sentì uscire lo ascoltai mugugnare impercettibilmente, quasi come facesse difficoltà a respirare. Lo sentì retrocedere per il corridoio e urtare la porta del bagno. In quel momento, con uno sforzo che se mi conosceste definireste incredibile, presi coraggio e uscì di scatto dall’insenatura tra gli armadi con il coltello in una mano e la torcia nell’altra. Il cono di luce centrò appieno la figura che in un primo momento riconobbi accovacciata su se stessa, atta a passare uno straccio sul pavimento. Quando si accorse di essere illuminato la figura si alzò e tese le braccia in avanti come a difendersi. Una misto di orrore, stupore e ribrezzo mi si appese alle viscere facendomi retrocedere di qualche passo. Di fronte a me, con un’espressione molto simile al puro terrore, c’era una creatura dal colore olivastro, bagnata dalla testa ai piedi e in quel momento rannicchiata su se stessa come se una bomba stesse per esplodergli in faccia. Urlai nella notte come mai mi era capitato di fare e nell’urlo riuscii a pronunciare anche qualcosa che somigliasse anche a un – “Chisseivattenecosavuoi”. Al mio urlo seguì quello della creatura che mi era di fronte che mi tolse il respiro per quanto fosse stridulo e allo stesso tempo atroce. Le sue mani sporche e pelose e orrende si abbassarono e la creatura mostrò finalmente il suo volto. Completamente calvo, quell’essere dal muso oblungo non era neanche minimamente paragonabile all’idea che avevo della ripugnanza. Gli occhi fini e piccoli era incassati in quella cornice animale che era la testa, molto più grande del resto del corpo ma molto meno umana di esso. La mia mente era già a lavoro per capire a cosa somigliasse un abominio del genere quando la visione della bocca, semiaperta, mi riportò sulla giusta strada, così piccola da lasciare passare solo due lungi incisivi rettangolari, così lunghi da toccargli il mento. Era un’uomo? Era un topo? Era l’esatto anello mancante e ora era di fronte a me, impaurito come un bambino e con le braccia intorno alla tazza del cesso.

Gli gridai addosso tutta la mia paura, di nuovo, puntandogli il coltello contro, che tenevo così stretto da farmi male. Una vocetta soffocata mi rispose, una sorta di squittio dai suoni umani.
- Ti prego non mi uccidere!

- Cosa vuoi! Chi sei?! Perché sei a casa mia!

Nei suoi occhi sopraggiunse una vena di malinconia che per un attimo mi fece mollare la presa del coltello. L’essere si tirò su, scivolando più volte sulla pozza d’acqua che aveva lui stesso creato. Era nudo e livido su tutto il corpo. Con il panno si coprì la parte in cui generalmente gli uomini hanno le pudenda e come svuotandosi da un fardello insopportabile mi disse:

- Sono tuo figlio. 

CINQUE ORE SULLE SPONDE DELL’ABISSO
 
Comincio col precisare di essere uscito sconfitto dal mio primo approccio con la sostanza. Non per quello che mi ha causato assumerla, ma bensì per lo scarso rispetto che le ho dimostrato fin dall’inizio. Ne ho assunta troppa e i tempi della sua vendetta hanno determinato l’inganno perfetto in cui sono finito per cadere. Ora, a quasi 48 ore dalla fine dell’effetto, considero la psilocibina come un’abile stratega che conosce a memoria le mosse del tuo essere umano e che non dimostra nessuna fretta nell’infliggerti severe dosi di paradiso, alternate a severe dosi di inferno. I manuali che per molto tempo ho studiato dicono che alla prima esperienza è sconsigliato assumerne più di 1,5 grammi, ma io credo di aver ingerito almeno 3,5 – 4 grammi di pianta enteogena. La sottovalutazione che poi mi sono ritrovato a dover scontare è partita principalmente dal ritardo che ho percepito nel manifestarsi dei primi effetti, i più blandi. Quelli che sarebbero dovuti essere 10/30 minuti si sono trasformati in quasi 110 minuti, un’eternità se si conosce bene la teoria. Il fastidio e la delusione che durante il ritardo ho provato hanno così giustificato il sovradosaggio.
La fase che ha immediatamente preceduto il palesarsi dei primi effetti è stata piuttosto confusa e non mi ha dato alcun modo di accorgermi della discesa che stavo percorrendo. Se dovessi cercare il primo vero segnale di distacco dal normale paradigma della percezione lo troverei sicuramente nel cambiamento graduale che hanno avuto i suoni intorno a me. La similitudine con i materiali ferrosi è quella che meglio spiega la trasformazione della voce, delle risa e dello scorrere dell’acqua. Dopo un’ora e mezza tutti i suoni prodotti dall’ambiente circostante sono entrati in una macchina dagli ingranaggi d’acciaio per poi uscirne considerevolmente cambiati. Non ho affatto goduto del mio periodo all’interno del bosco: anche stando fermo, seduto su una grande roccia affacciata sul ruscello, i primi accenni di irrequietezza tipici delle sostanze a base anfetaminica hanno cominciato a fare capolino insieme alla costante e perpetua sensazione di essere osservato. Sono dentro. 
Un leggerissimo accenno paranoide mi spinge ad allontanarmi da quella selva di visi e voci. Lo scorrere arrabbiato del ruscello alla mia destra e le ombre feline alla mia sinistra mi accompagnano fuori dal bosco come fossi un ospite indesiderato. Nella radura assolata, dove la vegetazione è più rada decido di stendermi per riflettere. Decido inoltre che non è un granchè quello che mi sta succedendo. Quella leggera alterazione dei sensi non giustifica l’incredibile reputazione di questa sostanza. Sono molto arrabbiato quando chiudo gli occhi ed è proprio in quello stato di totale assenza di fede che la psilocibina si presenta a me, per la prima volta. L’immagine e l’aspetto che sceglie di assumere sono a mio avviso pregni di significato: un rettile molto simile ad un serpente ruota su uno sfondo caleidoscopico, ingoiando il suo stesso corpo, lunghissimo e dai colori negativi. Quando cerco di guardarlo negli occhi, la visione mi sfugge. E’ come se mi dicesse di liberarmi della smania di ottenere tutto e subito da quell’esperienza. E’ come se mi sgridasse per non aver avuto fede. E ora sono un cattivo alunno al cospetto di un grande maestro che ha gli anni del mondo e che sa molte più cose di quante io ne potrò mai imparare in cento vite. La fase successiva a quella appena descritta è una punizione alquanto visibile. Cominciano gli spasmi che poi mi accompagneranno per quasi due ore. Mi viene da ridere, ma non sono io a ridere. C’è qualcuno dentro di me che ride di me e, non contento, lo fa con la mia voce, con il mio corpo. Mi sento stupido di fronte alle persone che mi accompagnano in questa esperienza e mi accorgo di un aspetto che mi infastidirà per tutto l’effetto della sostanza: solo io sono così, mentre gli altri hanno raggiunto uno stato di pace alquanto invidiabile. Quando le risa si trasformano in un cozzare angosciante di materiali arruginiti riesco a liberarmene quasi del tutto e quello che segue è il picco vero e proprio della sostanza che ormai è entrata pienamente in circolo. Cado per terra perdendo la capacità di restare in equilibrio e leggo l’atterramento come il cambio di timoniere. Sento che il controllo della mia coscienza, dei miei movimenti e dei miei sensi è passato in mani sconosciute e la minaccia di essere in balia di un pilota ubriaco smette di essere una semplice minaccia e diventa una vera e propria realtà. Comincio a costruirmi una stanza intorno a me, una stanza tappezzata di angoscie. Vengo costretto a fare milioni di ragionamenti al secondo, più di quanti il mio cervello può sostenerne e questo mi scuote dall’interno, affaticando anche il più piccolo nervo dentro di me. Mi ricopro di una coperta di deliri e sprofondo in un abisso inquieto dove la calma non è ancora stata inventata. Non c’è attimo in cui io non brami un briciolo di serenità e mi rendo conto dell’errore madornale che ho deciso di commettere: le piante enteogene hanno una personalità molto complessa e odiano essere messe sotto. Ho pensato di portare con me le mie leggi, i miei palazzi, le mie esperienze, la mia cultura e invece sono atterrato su un pianeta dove tutto funziona al rovescio, dove lo stesso scontato approccio visivo è completamente alterato. Le allucinazioni si susseguono senza un criterio e ho paura a soffermarmi anche su un solo dettaglio dell’ambiente circostante. Cerco di fumare una sigaretta con la speranza di riacquisire della lucidità ma la nicotina non fa altro che accellerare la velocità con cui i miei pensieri macinano milioni di chilometri nelle direzioni più disparate. Vengo a conoscenza di uno stato mentale che mai mi ero immaginato di vivere. Uno stato mentale che nessuno mi ha mai raccontato, i quali aggettivi possono solo ridurlo in cenere e che forse solo l’eloquente immensità del buio potrebbe delinearne i contorni. La pace mi abbandona del tutto ma il mio orgoglio, forse l’unico alleato in quell’oceano sconfinato, è ancora pronto ad affrontare il rettile, che se avesse un po’ di compassione mi vedrebbe in ginocchio, esausto. Invece no: evidentemente chi mi ha spinto qui giù non conosce il significato della parola pietà. Mi alzo in piedi e mi rendo conto di non essere stato zitto neanche un istante. Come faccio a darmi la paternalità di quelle parole? Voglio dire, se quello che vedo tra le nuvole non è veramente un enorme gatto intento a manovrare il suo antico archibugio allora neanche la disperazione che mi circonda getta realmente le sue basi dentro di me. Se questa è la follia allora la follia non è altro che uno scrigno chiuso ermeticamente dall’interno le cui chiavi vengono distribuite a caso nel momento in cui nasciamo. A me non sono state date, io non sono pazzo, ma per almeno due ore, due giorni fa, mi è stato concesso di guardare dallo spioncino della porta che mi divide da quello che sarei se non avessi migliaia di anni di cultura scritta e parlata nel cervello. Sono sicuro che se fosse possibile scrutare la vera natura anarchica dell’essere se stessi allora tutti quanti dovremmo ricalcolare le nostre priorità e inchinarci di fronte al rettile che, da quando esistiamo, ci tiene per la gola. 
Nel momento in cui la chimica degli elementi fa si che la psilocibina termini il suo violento corso riacquisto un dose minima ma paradisiaca di buon uomore, che mi fa sentire come un soldato scampato ad un massacro. Ancora una volta l’estetica dei movimenti accompagna il mio stato mentale. Mi sento leggero e passo dopo passo percorro la strada del ritorno. Alla base di ogni albero c’è una creatura che mi sorride e tutte le pietre sono grandi animali dormienti, tanto innoqui quanto sacri.
Torno a casa sconfitto, è vero, ma anche educato. Per più di un anno ho creduto che la strada che porta ai luoghi illuminati fosse una perenne scoperta di grazia e magniloquenza trascurando l’aspetto cardine che ci rende umani: il conflitto. Sono stato ingenuo e in questo l’LSD ha le sue colpe, se di colpe posso parlare. L’acido lisergico è come noi tutti dovremmo vedere le cose, la psilocibina è come sono veramente: confuse e in cerca di un Dio che le comandi. Questa è la mia verità e non pretendo che sia universale, pretendo soltanto che sia mia. 

CINQUE ORE SULLE SPONDE DELL’ABISSO

 

Comincio col precisare di essere uscito sconfitto dal mio primo approccio con la sostanza. Non per quello che mi ha causato assumerla, ma bensì per lo scarso rispetto che le ho dimostrato fin dall’inizio. Ne ho assunta troppa e i tempi della sua vendetta hanno determinato l’inganno perfetto in cui sono finito per cadere. Ora, a quasi 48 ore dalla fine dell’effetto, considero la psilocibina come un’abile stratega che conosce a memoria le mosse del tuo essere umano e che non dimostra nessuna fretta nell’infliggerti severe dosi di paradiso, alternate a severe dosi di inferno. I manuali che per molto tempo ho studiato dicono che alla prima esperienza è sconsigliato assumerne più di 1,5 grammi, ma io credo di aver ingerito almeno 3,5 – 4 grammi di pianta enteogena. La sottovalutazione che poi mi sono ritrovato a dover scontare è partita principalmente dal ritardo che ho percepito nel manifestarsi dei primi effetti, i più blandi. Quelli che sarebbero dovuti essere 10/30 minuti si sono trasformati in quasi 110 minuti, un’eternità se si conosce bene la teoria. Il fastidio e la delusione che durante il ritardo ho provato hanno così giustificato il sovradosaggio.

La fase che ha immediatamente preceduto il palesarsi dei primi effetti è stata piuttosto confusa e non mi ha dato alcun modo di accorgermi della discesa che stavo percorrendo. Se dovessi cercare il primo vero segnale di distacco dal normale paradigma della percezione lo troverei sicuramente nel cambiamento graduale che hanno avuto i suoni intorno a me. La similitudine con i materiali ferrosi è quella che meglio spiega la trasformazione della voce, delle risa e dello scorrere dell’acqua. Dopo un’ora e mezza tutti i suoni prodotti dall’ambiente circostante sono entrati in una macchina dagli ingranaggi d’acciaio per poi uscirne considerevolmente cambiati. Non ho affatto goduto del mio periodo all’interno del bosco: anche stando fermo, seduto su una grande roccia affacciata sul ruscello, i primi accenni di irrequietezza tipici delle sostanze a base anfetaminica hanno cominciato a fare capolino insieme alla costante e perpetua sensazione di essere osservato. Sono dentro.

Un leggerissimo accenno paranoide mi spinge ad allontanarmi da quella selva di visi e voci. Lo scorrere arrabbiato del ruscello alla mia destra e le ombre feline alla mia sinistra mi accompagnano fuori dal bosco come fossi un ospite indesiderato. Nella radura assolata, dove la vegetazione è più rada decido di stendermi per riflettere. Decido inoltre che non è un granchè quello che mi sta succedendo. Quella leggera alterazione dei sensi non giustifica l’incredibile reputazione di questa sostanza. Sono molto arrabbiato quando chiudo gli occhi ed è proprio in quello stato di totale assenza di fede che la psilocibina si presenta a me, per la prima volta. L’immagine e l’aspetto che sceglie di assumere sono a mio avviso pregni di significato: un rettile molto simile ad un serpente ruota su uno sfondo caleidoscopico, ingoiando il suo stesso corpo, lunghissimo e dai colori negativi. Quando cerco di guardarlo negli occhi, la visione mi sfugge. E’ come se mi dicesse di liberarmi della smania di ottenere tutto e subito da quell’esperienza. E’ come se mi sgridasse per non aver avuto fede. E ora sono un cattivo alunno al cospetto di un grande maestro che ha gli anni del mondo e che sa molte più cose di quante io ne potrò mai imparare in cento vite. La fase successiva a quella appena descritta è una punizione alquanto visibile. Cominciano gli spasmi che poi mi accompagneranno per quasi due ore. Mi viene da ridere, ma non sono io a ridere. C’è qualcuno dentro di me che ride di me e, non contento, lo fa con la mia voce, con il mio corpo. Mi sento stupido di fronte alle persone che mi accompagnano in questa esperienza e mi accorgo di un aspetto che mi infastidirà per tutto l’effetto della sostanza: solo io sono così, mentre gli altri hanno raggiunto uno stato di pace alquanto invidiabile. Quando le risa si trasformano in un cozzare angosciante di materiali arruginiti riesco a liberarmene quasi del tutto e quello che segue è il picco vero e proprio della sostanza che ormai è entrata pienamente in circolo. Cado per terra perdendo la capacità di restare in equilibrio e leggo l’atterramento come il cambio di timoniere. Sento che il controllo della mia coscienza, dei miei movimenti e dei miei sensi è passato in mani sconosciute e la minaccia di essere in balia di un pilota ubriaco smette di essere una semplice minaccia e diventa una vera e propria realtà. Comincio a costruirmi una stanza intorno a me, una stanza tappezzata di angoscie. Vengo costretto a fare milioni di ragionamenti al secondo, più di quanti il mio cervello può sostenerne e questo mi scuote dall’interno, affaticando anche il più piccolo nervo dentro di me. Mi ricopro di una coperta di deliri e sprofondo in un abisso inquieto dove la calma non è ancora stata inventata. Non c’è attimo in cui io non brami un briciolo di serenità e mi rendo conto dell’errore madornale che ho deciso di commettere: le piante enteogene hanno una personalità molto complessa e odiano essere messe sotto. Ho pensato di portare con me le mie leggi, i miei palazzi, le mie esperienze, la mia cultura e invece sono atterrato su un pianeta dove tutto funziona al rovescio, dove lo stesso scontato approccio visivo è completamente alterato. Le allucinazioni si susseguono senza un criterio e ho paura a soffermarmi anche su un solo dettaglio dell’ambiente circostante. Cerco di fumare una sigaretta con la speranza di riacquisire della lucidità ma la nicotina non fa altro che accellerare la velocità con cui i miei pensieri macinano milioni di chilometri nelle direzioni più disparate. Vengo a conoscenza di uno stato mentale che mai mi ero immaginato di vivere. Uno stato mentale che nessuno mi ha mai raccontato, i quali aggettivi possono solo ridurlo in cenere e che forse solo l’eloquente immensità del buio potrebbe delinearne i contorni. La pace mi abbandona del tutto ma il mio orgoglio, forse l’unico alleato in quell’oceano sconfinato, è ancora pronto ad affrontare il rettile, che se avesse un po’ di compassione mi vedrebbe in ginocchio, esausto. Invece no: evidentemente chi mi ha spinto qui giù non conosce il significato della parola pietà. Mi alzo in piedi e mi rendo conto di non essere stato zitto neanche un istante. Come faccio a darmi la paternalità di quelle parole? Voglio dire, se quello che vedo tra le nuvole non è veramente un enorme gatto intento a manovrare il suo antico archibugio allora neanche la disperazione che mi circonda getta realmente le sue basi dentro di me. Se questa è la follia allora la follia non è altro che uno scrigno chiuso ermeticamente dall’interno le cui chiavi vengono distribuite a caso nel momento in cui nasciamo. A me non sono state date, io non sono pazzo, ma per almeno due ore, due giorni fa, mi è stato concesso di guardare dallo spioncino della porta che mi divide da quello che sarei se non avessi migliaia di anni di cultura scritta e parlata nel cervello. Sono sicuro che se fosse possibile scrutare la vera natura anarchica dell’essere se stessi allora tutti quanti dovremmo ricalcolare le nostre priorità e inchinarci di fronte al rettile che, da quando esistiamo, ci tiene per la gola.

Nel momento in cui la chimica degli elementi fa si che la psilocibina termini il suo violento corso riacquisto un dose minima ma paradisiaca di buon uomore, che mi fa sentire come un soldato scampato ad un massacro. Ancora una volta l’estetica dei movimenti accompagna il mio stato mentale. Mi sento leggero e passo dopo passo percorro la strada del ritorno. Alla base di ogni albero c’è una creatura che mi sorride e tutte le pietre sono grandi animali dormienti, tanto innoqui quanto sacri.

Torno a casa sconfitto, è vero, ma anche educato. Per più di un anno ho creduto che la strada che porta ai luoghi illuminati fosse una perenne scoperta di grazia e magniloquenza trascurando l’aspetto cardine che ci rende umani: il conflitto. Sono stato ingenuo e in questo l’LSD ha le sue colpe, se di colpe posso parlare. L’acido lisergico è come noi tutti dovremmo vedere le cose, la psilocibina è come sono veramente: confuse e in cerca di un Dio che le comandi. Questa è la mia verità e non pretendo che sia universale, pretendo soltanto che sia mia. 

VOICE OVER #5: AL DI LA DEI RAMPICANTI.(Puoi leggerlo e puoi ascoltarlo, sotto questo post il player per l’ascolto) 
 
Sorella mia, scrivo queste parole in uno stato di disordine. Sono appena tornato, ero fuori di me. Non capisco per quale motivo io mi senta responsabile, ma quello che ho appena visto nella vegetazione adiacente ai confini della nostra tenuta potrebbe mettere in pericolo chiunque, e con chiunque non intendo solo me e te, ma tutte le persone che vivono su questo pianeta. A volte la noia ti fa fare cose stupide ma nel mio caso la noia non centra niente. Tempo addietro, quando cominciai le mie escursioni nella vegetazione, la mia attenzione venne immediatamente rapita dalla grazia con cui quel piccolo spicchio di verde, non più grande di un salotto, tipico della campagna nostrana, appariva piccolo solo quando lo si osservava al di fuori. Una volta dentro, infatti, lo spazio creato da quell’anfratto aveva le dimensioni di una foresta amazzonica, compresa di arbusti secolari, liane e il tappeto di suoni selvaggi che ti parlano una lingua costante, sussurrata. La prima volta che fui dentro non passò molto tempo. In pochi minuti ero già di ritorno, sulla strada che risale la collina fino a casa nostra. Quella notte dormì di gran gusto, con la testa piena delle immagini di un mondo così diverso ma fisicamente così vicino. Il giorno dopo aspettai il crepuscolo prima di tornare nell’anfratto. Inconsciamente già ero alla ricerca della migliore condizione per godere a pieno di quello spettacolo: ogni passo promettevo fosse l’ultimo fino a che l’attività boschiva si interruppe bruscamente come se gli alberi si fossero messi paura. Entrai così in una parte dell’anfratto in cui non era arrivata la vegetazione ma bensì la presenza imponente di una parete di rampicanti, così alta da lasciarmi senza parole. Passai delle ore cercando di trovarne la fine, ma quella maledetta parete sembrava infinita, sia per lunghezza che per larghezza. Anche quel giorno decisi di tornarmene a casa perché di una cosa mi ero subito accorto: stare al cospetto delle cose che non hanno una fine può metterti a disagio. I giorni che seguirono la scoperta della parete di rampicanti furono pressocché tutti uguali. Mi svegliavo di buon ora e passavo la giornata a leggere qualcosa di cui dimenticavo subito il senso. Poi mangiavo e facevo un salto in città, ma solo per passare il tempo. Quando il sole andava a dormire io uscivo di casa, con gli attrezzi che avevo recuperato dal magazzino di papà. Dal terzo giorno in poi cominciai ad orientarmi bene in quel labirinto verde scuro e una volta dentro partivo subito spedito verso la parete. Non mi ero convinto di volerla scalare (sarebbe stato impossibile fidati). Quello che avevo in mente era di spogliarla dello spesso vestito di rampicanti che nascondeva la parete vera e propria o che almeno io credevo nascondesse. Presi così a strappare via i grovigli di vegetazione, uno dopo l’altro, aiutandomi con un piccolo macete che avevo portato con me. I rampicanti più lunghi li tiravo dal basso e li lasciavo cadere a terra. Pensa, ne strappai uno così lungo che impiegò almeno trenta secondi prima di toccare il suolo. Passarono i giorni, o meglio le notti, e nel punto di mio interesse cominciò a formarsi una piccola grotta, scavata nel verde della parete. Portai un tavolino ed una sedia all’interno, dove mi prendevo delle pause, a volte per mangiare qualcosa ma principalmente per poggiarci la torcia. Più la grotta si faceva profonda più era impossibile per i raggi lunari illuminare i rampicanti di fronte a me. Notte dopo notte affondai le mani nella parete e proprio quando il gioco stava per perdere il suo interesse accadde qualcosa di molto strano. La vegetazione finì e con essa i rampicanti e tutti i grovigli. Eccitatissimo feci per appoggiare la mano verso l’ignoto ma questa si immerse in una sostanza scura che mi gelò in un secondo l’intero braccio. La ritrassi d’istinto, terrorizzato e mi allontanai. Non c’era nessun muro di fronte a me. Quella vegetazione così spessa copriva in realtà un’enorme barriera composta da una materia scura, gelida e umidiccia al tatto. La guardai per un po’, interdetto, poi corsi a casa e frugai nei tuoi cassetti in cerca della macchina fotografica. Tornai nell’anfratto e mi addentrai nella grotta verde. Passai la notte a scattare foto a quella mia scoperta fino a che un’idea mi attraversò la mente, un’idea che forse avrebbe estinto una volta per tutta la curiosità furiosa che ormai da settimane non mi dava pace. Presi la macchina fotografica con due mani e impostai il flash. Mi avvicinai verso la viscida barriera e con un gesto secco immersi entrambe le braccia nel suo buio. Quando scattai la foto la luce del flash illuminò la realtà al di là della barriera per qualcosa che fu meno di un secondo, ma che mi bastò per inorridire. 
Quelle foto le ho sviluppate solo pochi giorni fa, ma non penso mi basterà un’intera vita per darmi le risposte di cui ho bisogno. Sono parecchie ma soltanto una è capace di rubarti il fiato. Le lascio una sopra l’altra, sul tuo comodino. Ti ripeto, sono tantissime, ma l’ultima che ho scattato è quella che vorrei che tu vedessi. Io una teoria ce l’ho. Credo di aver trovato la fine del mondo. 

VOICE OVER #5: AL DI LA DEI RAMPICANTI.
(Puoi leggerlo e puoi ascoltarlo, sotto questo post il player per l’ascolto)

 

Sorella mia, scrivo queste parole in uno stato di disordine. Sono appena tornato, ero fuori di me. Non capisco per quale motivo io mi senta responsabile, ma quello che ho appena visto nella vegetazione adiacente ai confini della nostra tenuta potrebbe mettere in pericolo chiunque, e con chiunque non intendo solo me e te, ma tutte le persone che vivono su questo pianeta. A volte la noia ti fa fare cose stupide ma nel mio caso la noia non centra niente. Tempo addietro, quando cominciai le mie escursioni nella vegetazione, la mia attenzione venne immediatamente rapita dalla grazia con cui quel piccolo spicchio di verde, non più grande di un salotto, tipico della campagna nostrana, appariva piccolo solo quando lo si osservava al di fuori. Una volta dentro, infatti, lo spazio creato da quell’anfratto aveva le dimensioni di una foresta amazzonica, compresa di arbusti secolari, liane e il tappeto di suoni selvaggi che ti parlano una lingua costante, sussurrata. La prima volta che fui dentro non passò molto tempo. In pochi minuti ero già di ritorno, sulla strada che risale la collina fino a casa nostra. Quella notte dormì di gran gusto, con la testa piena delle immagini di un mondo così diverso ma fisicamente così vicino. Il giorno dopo aspettai il crepuscolo prima di tornare nell’anfratto. Inconsciamente già ero alla ricerca della migliore condizione per godere a pieno di quello spettacolo: ogni passo promettevo fosse l’ultimo fino a che l’attività boschiva si interruppe bruscamente come se gli alberi si fossero messi paura. Entrai così in una parte dell’anfratto in cui non era arrivata la vegetazione ma bensì la presenza imponente di una parete di rampicanti, così alta da lasciarmi senza parole. Passai delle ore cercando di trovarne la fine, ma quella maledetta parete sembrava infinita, sia per lunghezza che per larghezza. Anche quel giorno decisi di tornarmene a casa perché di una cosa mi ero subito accorto: stare al cospetto delle cose che non hanno una fine può metterti a disagio. I giorni che seguirono la scoperta della parete di rampicanti furono pressocché tutti uguali. Mi svegliavo di buon ora e passavo la giornata a leggere qualcosa di cui dimenticavo subito il senso. Poi mangiavo e facevo un salto in città, ma solo per passare il tempo. Quando il sole andava a dormire io uscivo di casa, con gli attrezzi che avevo recuperato dal magazzino di papà. Dal terzo giorno in poi cominciai ad orientarmi bene in quel labirinto verde scuro e una volta dentro partivo subito spedito verso la parete. Non mi ero convinto di volerla scalare (sarebbe stato impossibile fidati). Quello che avevo in mente era di spogliarla dello spesso vestito di rampicanti che nascondeva la parete vera e propria o che almeno io credevo nascondesse. Presi così a strappare via i grovigli di vegetazione, uno dopo l’altro, aiutandomi con un piccolo macete che avevo portato con me. I rampicanti più lunghi li tiravo dal basso e li lasciavo cadere a terra. Pensa, ne strappai uno così lungo che impiegò almeno trenta secondi prima di toccare il suolo. Passarono i giorni, o meglio le notti, e nel punto di mio interesse cominciò a formarsi una piccola grotta, scavata nel verde della parete. Portai un tavolino ed una sedia all’interno, dove mi prendevo delle pause, a volte per mangiare qualcosa ma principalmente per poggiarci la torcia. Più la grotta si faceva profonda più era impossibile per i raggi lunari illuminare i rampicanti di fronte a me. Notte dopo notte affondai le mani nella parete e proprio quando il gioco stava per perdere il suo interesse accadde qualcosa di molto strano. La vegetazione finì e con essa i rampicanti e tutti i grovigli. Eccitatissimo feci per appoggiare la mano verso l’ignoto ma questa si immerse in una sostanza scura che mi gelò in un secondo l’intero braccio. La ritrassi d’istinto, terrorizzato e mi allontanai. Non c’era nessun muro di fronte a me. Quella vegetazione così spessa copriva in realtà un’enorme barriera composta da una materia scura, gelida e umidiccia al tatto. La guardai per un po’, interdetto, poi corsi a casa e frugai nei tuoi cassetti in cerca della macchina fotografica. Tornai nell’anfratto e mi addentrai nella grotta verde. Passai la notte a scattare foto a quella mia scoperta fino a che un’idea mi attraversò la mente, un’idea che forse avrebbe estinto una volta per tutta la curiosità furiosa che ormai da settimane non mi dava pace. Presi la macchina fotografica con due mani e impostai il flash. Mi avvicinai verso la viscida barriera e con un gesto secco immersi entrambe le braccia nel suo buio. Quando scattai la foto la luce del flash illuminò la realtà al di là della barriera per qualcosa che fu meno di un secondo, ma che mi bastò per inorridire.

Quelle foto le ho sviluppate solo pochi giorni fa, ma non penso mi basterà un’intera vita per darmi le risposte di cui ho bisogno. Sono parecchie ma soltanto una è capace di rubarti il fiato. Le lascio una sopra l’altra, sul tuo comodino. Ti ripeto, sono tantissime, ma l’ultima che ho scattato è quella che vorrei che tu vedessi. Io una teoria ce l’ho. Credo di aver trovato la fine del mondo. 


VOICE OVER #5: AL DI LA DEI RAMPICANTI.

Qui sopra il testo relativo alla traccia audio. 
Vi consiglio di abbassare leggermente la musica,
 il player è quello in fondo.
 Buon ascolto.

SECOND FLUSH, THE KIDS ARE STILL ALRIGHT. 

SECOND FLUSH, THE KIDS ARE STILL ALRIGHT. 

CERAMICA
 
L’odiosa maschera è caduta. L’umanità ha finalmente mostrato il suo lato peggiore, quello che le permette di adattarsi alle costrizioni. Dall’andare a lavoro al non fare figli, l’uomo non riesce più a raggiungere i presupposti minimi per autodefinirsi umano e il suo ruolo nell’ecosistema è un inceppo fine a se stesso. Nella catena alimentare, ad esempio, l’uomo viene classificato come consumatore terziario, ovvero un carnivoro che mangia un altro carnivoro ma anche un altro erbivoro. Un bovino, invece, sarà un consumatore primario perché si nutre esclusivamente di vegetali e un animale carnivoro che si nutre solo di creature erbivore sarà classificato come consumatore secondario. A questo punto possiamo dire con certezza che senza le aquile, ci sarebbero troppi topi e senza topi ci sarebbero troppe lucertole e così via, fino ad arrivare ai bioriduttori, quegli organismi unicellulari che si nutrono di rifiuti. Così facendo senza i consumatori primari, non esisterebbero quelli secondari e i terziari meno che mai. Perfetto. Ma senza l’uomo? Se a non esistere fosse l’uomo, cosa succederebbe al nostro ecosistema? C’è un prezzo da pagare per trovare e prendere posto nella catena alimentare del pianeta in cui siamo: questo prezzo è l’utilità. A cosa è utile l’uomo? Siamo consumatori terziari ma i carnivori e gli erbivori di cui ci nutriamo sono per la maggiorparte d’allevamento, ovvero esistono all’infuori degli equilibri naturali. La stessa cosa vale per i vegetali e la stessa cosa vale per i bioriduttori, il cui lavoro sistematico di consumo dei rifiuti non ha più alcun rapporto con noi, perché molto tempo fa scegliemmo di deporre la nostra merda in un vaso di ceramica e non su un prato. Questo nostro interesse per la ceramica, che noi ancora oggi leggiamo come un bel centrino sul tavolo dell’evoluzione, ha ufficializzato il definitivo divorzio tra noi e la terra su cui poggiamo i piedi. Dal momento in cui i nostri rifiuti rimangono inutilizzati noi potremmo scomparire domani senza che nessuno percepisca la nostra mancanza. In questo processo di separazione in cui neghiamo all’odiata Terra persino la nostra merda spicca su tutti colui che dice no. Egli, dall’alto della sua negazione, non è più parte del sopracitato lato peggiore ma bensì ne costituisce la parte migliore, una beata sottocultura in cui perdere tutto è l’unico modo per tornare uomini. Prostitute, assissini, tossicodipendenti, criminali e depressi sono gli ultimi partigiani rimasti a difesa della nostra umanità, una sorte di inconsapevole “Fronte di Liberazione”. Attraverso il rifiuto del modus, i reietti sarebbero capaci di sviluppare una coscenza empatica così pura da mettere in dubbio l’intera vita impiegatizia. Ebbene nella negazione di alcuni artificiosi principi morali imposti dalla cultura della maggioranza c’è il germe della salvezza, che prima di essere umana è umanitaria. Non basta accorgersi che il mondo è sbagliato ma bisogna giocare con i suoi punti di vista: se il mondo va universalmente male tutto quello che c’è di sbagliato NEL mondo è quello che potrebbe un giorno farlo andare bene. Uccidere, disperarsi, deprimersi, violentare e tradire è la reazione fisiologica più umana e vera che possiamo un giorno augurarci di avere, lontano dai nostri uffici, lontano dai nostri mutui, lontano dai nostri silenzi. 

CERAMICA

 

L’odiosa maschera è caduta. L’umanità ha finalmente mostrato il suo lato peggiore, quello che le permette di adattarsi alle costrizioni. Dall’andare a lavoro al non fare figli, l’uomo non riesce più a raggiungere i presupposti minimi per autodefinirsi umano e il suo ruolo nell’ecosistema è un inceppo fine a se stesso. Nella catena alimentare, ad esempio, l’uomo viene classificato come consumatore terziario, ovvero un carnivoro che mangia un altro carnivoro ma anche un altro erbivoro. Un bovino, invece, sarà un consumatore primario perché si nutre esclusivamente di vegetali e un animale carnivoro che si nutre solo di creature erbivore sarà classificato come consumatore secondario. A questo punto possiamo dire con certezza che senza le aquile, ci sarebbero troppi topi e senza topi ci sarebbero troppe lucertole e così via, fino ad arrivare ai bioriduttori, quegli organismi unicellulari che si nutrono di rifiuti. Così facendo senza i consumatori primari, non esisterebbero quelli secondari e i terziari meno che mai. Perfetto. Ma senza l’uomo? Se a non esistere fosse l’uomo, cosa succederebbe al nostro ecosistema? C’è un prezzo da pagare per trovare e prendere posto nella catena alimentare del pianeta in cui siamo: questo prezzo è l’utilità. A cosa è utile l’uomo? Siamo consumatori terziari ma i carnivori e gli erbivori di cui ci nutriamo sono per la maggiorparte d’allevamento, ovvero esistono all’infuori degli equilibri naturali. La stessa cosa vale per i vegetali e la stessa cosa vale per i bioriduttori, il cui lavoro sistematico di consumo dei rifiuti non ha più alcun rapporto con noi, perché molto tempo fa scegliemmo di deporre la nostra merda in un vaso di ceramica e non su un prato. Questo nostro interesse per la ceramica, che noi ancora oggi leggiamo come un bel centrino sul tavolo dell’evoluzione, ha ufficializzato il definitivo divorzio tra noi e la terra su cui poggiamo i piedi. Dal momento in cui i nostri rifiuti rimangono inutilizzati noi potremmo scomparire domani senza che nessuno percepisca la nostra mancanza. In questo processo di separazione in cui neghiamo all’odiata Terra persino la nostra merda spicca su tutti colui che dice no. Egli, dall’alto della sua negazione, non è più parte del sopracitato lato peggiore ma bensì ne costituisce la parte migliore, una beata sottocultura in cui perdere tutto è l’unico modo per tornare uomini. Prostitute, assissini, tossicodipendenti, criminali e depressi sono gli ultimi partigiani rimasti a difesa della nostra umanità, una sorte di inconsapevole “Fronte di Liberazione”. Attraverso il rifiuto del modus, i reietti sarebbero capaci di sviluppare una coscenza empatica così pura da mettere in dubbio l’intera vita impiegatizia. Ebbene nella negazione di alcuni artificiosi principi morali imposti dalla cultura della maggioranza c’è il germe della salvezza, che prima di essere umana è umanitaria. Non basta accorgersi che il mondo è sbagliato ma bisogna giocare con i suoi punti di vista: se il mondo va universalmente male tutto quello che c’è di sbagliato NEL mondo è quello che potrebbe un giorno farlo andare bene. Uccidere, disperarsi, deprimersi, violentare e tradire è la reazione fisiologica più umana e vera che possiamo un giorno augurarci di avere, lontano dai nostri uffici, lontano dai nostri mutui, lontano dai nostri silenzi. 

THE KIDS ARE ALRIGHT. 

THE KIDS ARE ALRIGHT. 

Ne consegue che cercare di comprendere la tossicomania attraverso lo studio delle droghe ha all’incirca lo stesso senso che cercare di comprendere l’acquasanta studiando l’acqua, e che regolare l’uso di droghe assuefacenti in base al tipo di droga ha lo stesso senso che regolare l’uso dell’acquasanta in base al tipo di acqua.Thomas Szasz - Il mito della droga. La persecuzione rituale della droga, dei drogati e degli spacciatori. 

Ne consegue che cercare di comprendere la tossicomania attraverso lo studio delle droghe ha all’incirca lo stesso senso che cercare di comprendere l’acquasanta studiando l’acqua, e che regolare l’uso di droghe assuefacenti in base al tipo di droga ha lo stesso senso che regolare l’uso dell’acquasanta in base al tipo di acqua.

Thomas Szasz - Il mito della droga. La persecuzione rituale della droga, dei drogati e degli spacciatori. 

VOICE OVER #3: CONTROTEMPO.
Qui sotto il testo relativo alla traccia audio.
Vi consiglio di abbassare leggermente la musica,
il player è quello in fondo.
Buon ascolto.

   
VOICE OVER #3: CONTROTEMPO.
(puoi leggerlo e puoi ascoltarlo)
Parto e se riesci ad intenderlo sia come nascita che come partenza hai tra le mani la soluzione alle tue angosce. E’ questo quello che mi ripeto ultimamente. Ho deciso di restare sulla sponda ovest, almeno fino all’arrivo del tramonto che non sarà che tra poche ore. Un velo arancione aspetta di coprirci, sento il suo fiato sul collo. La sponda ovest me l’ha consigliata un mio amico che ha spesso a che fare con le angosce. Fa il venditore porta a porta e non sa mai chi avrà di fronte. Dalla sponda ovest riesci ad osservare le cose passare senza modificarne il corso ed è questo il vantaggio. Non mi fido mai dei consigli altrui ma erano troppi anni che correvo contro il tempo. Prendevo il primo diretto che trovavo e viaggiavo contro il fuso orario così da rivivere lunghi periodi della giornata nella speranza di poterli sfruttare in un modo migliore. Sono andato avanti così fino a quando mi sono reso conto che in realtà vivevo una volta sola e non due poichè la prima era dedicata al viaggio e la seconda alla reale permanenza. A quel punto il vantaggio era sparito e ho deciso di smetterla. Il corso d’acqua invece è una metafora che mi è più consona se non altro perché la specie umana la scieglie spesso come punto di partenza. C’è questo mio amico che è sparito, il venditore intendo. Abbiamo perso le sue tracce, non si trova più. Ha fatto in tempo a consigliarmi la sponda ovest e poi si è dileguato. Nessuno sa dove sia. Se ne sarà andato, penso, e se l’ha fatto buon per lui. Gestire tutte quelle angoscie non deve essere cosa da niente, avrà fatto i conti e li avrà fatti bene. Era un assiduo frequentatore di questa parte del corso per questo l’aveva consigliata anche a me. Il paradosso al quale mi sono affezionato è quello che mi vedeva pochi giorni fa in viaggio controtempo e oggi invece spettatore fermo di uno scorrere altrui, come se i miei gusti in fatto di metodo fossero cambiati dal giorno alla notte. Eppure è così, oggi le cose che scorrono mi parlano di più. Devo starle vicino, devo avere la pazienza di carpirne la direzione così da poterla seguire e non perdermi più, una volta per tutte. Ora che il sole è affogato il fondale del fiume ritorna ad essere visibile: una miriade di uomini e di donne compongono il liquido trasparente che ho chiamato acqua fino a pochi secondi fa. Mi chiedo se loro mi vedano o se la condizione necessaria per partire sia quella di non poter avere mai più contatto con quello che eri, quando eri sulla sponda ovest. Non alzo lo sguardo perché non voglio che si incroci con quello di chi come me ha passato gli ultimi anni a viaggiare controtempo. Qualcuno lo sento piangere, qualcuno ha già immerso le mani. Ci chiamiamo stupidi ma pochi di noi fanno in modo di non esserlo più, o almeno esserlo di meno. Sento un tipo avvicinarsi, “Bevine un pò” mi dice, “ti aiuterà a decidere”. Metto le mani a conca e le affondo nel corso, facendolo increspare. E’ fredda ma non disseta. Che strano. Faccio per raccoglierne altra ma qualcosa o qualcuno mi prende la mano e me la tira come una fune. Aspetto che l’acqua si calmi nella speranza di capirci qualcosa di più. E’ il mio amico, il venditore. Comincia a sorridere e a scuotermi la mano. “Buonasera”, mi dice, “Siamo della Living Enterprise e da più di 15 anni ci prendiamo cura dei vostri elettrodomestici”.

VOICE OVER #3: CONTROTEMPO.

(puoi leggerlo e puoi ascoltarlo)

Parto e se riesci ad intenderlo sia come nascita che come partenza hai tra le mani la soluzione alle tue angosce. E’ questo quello che mi ripeto ultimamente. Ho deciso di restare sulla sponda ovest, almeno fino all’arrivo del tramonto che non sarà che tra poche ore. Un velo arancione aspetta di coprirci, sento il suo fiato sul collo. La sponda ovest me l’ha consigliata un mio amico che ha spesso a che fare con le angosce. Fa il venditore porta a porta e non sa mai chi avrà di fronte. Dalla sponda ovest riesci ad osservare le cose passare senza modificarne il corso ed è questo il vantaggio. Non mi fido mai dei consigli altrui ma erano troppi anni che correvo contro il tempo. Prendevo il primo diretto che trovavo e viaggiavo contro il fuso orario così da rivivere lunghi periodi della giornata nella speranza di poterli sfruttare in un modo migliore. Sono andato avanti così fino a quando mi sono reso conto che in realtà vivevo una volta sola e non due poichè la prima era dedicata al viaggio e la seconda alla reale permanenza. A quel punto il vantaggio era sparito e ho deciso di smetterla. Il corso d’acqua invece è una metafora che mi è più consona se non altro perché la specie umana la scieglie spesso come punto di partenza. C’è questo mio amico che è sparito, il venditore intendo. Abbiamo perso le sue tracce, non si trova più. Ha fatto in tempo a consigliarmi la sponda ovest e poi si è dileguato. Nessuno sa dove sia. Se ne sarà andato, penso, e se l’ha fatto buon per lui. Gestire tutte quelle angoscie non deve essere cosa da niente, avrà fatto i conti e li avrà fatti bene. Era un assiduo frequentatore di questa parte del corso per questo l’aveva consigliata anche a me. Il paradosso al quale mi sono affezionato è quello che mi vedeva pochi giorni fa in viaggio controtempo e oggi invece spettatore fermo di uno scorrere altrui, come se i miei gusti in fatto di metodo fossero cambiati dal giorno alla notte. Eppure è così, oggi le cose che scorrono mi parlano di più. Devo starle vicino, devo avere la pazienza di carpirne la direzione così da poterla seguire e non perdermi più, una volta per tutte. Ora che il sole è affogato il fondale del fiume ritorna ad essere visibile: una miriade di uomini e di donne compongono il liquido trasparente che ho chiamato acqua fino a pochi secondi fa. Mi chiedo se loro mi vedano o se la condizione necessaria per partire sia quella di non poter avere mai più contatto con quello che eri, quando eri sulla sponda ovest. Non alzo lo sguardo perché non voglio che si incroci con quello di chi come me ha passato gli ultimi anni a viaggiare controtempo. Qualcuno lo sento piangere, qualcuno ha già immerso le mani. Ci chiamiamo stupidi ma pochi di noi fanno in modo di non esserlo più, o almeno esserlo di meno. Sento un tipo avvicinarsi, “Bevine un pò” mi dice, “ti aiuterà a decidere”. Metto le mani a conca e le affondo nel corso, facendolo increspare. E’ fredda ma non disseta. Che strano. Faccio per raccoglierne altra ma qualcosa o qualcuno mi prende la mano e me la tira come una fune. Aspetto che l’acqua si calmi nella speranza di capirci qualcosa di più. E’ il mio amico, il venditore. Comincia a sorridere e a scuotermi la mano. “Buonasera”, mi dice, “Siamo della Living Enterprise e da più di 15 anni ci prendiamo cura dei vostri elettrodomestici”.

VOICE OVER #2: BUSSI, MI AMI E TE NE VAI.
Qui sotto il testo relativo alla traccia audio.
Vi consiglio di abbassare leggermente la musica,
il player è quello in fondo.
Buon ascolto.

VOICE OVER #2: BUSSI, MI AMI E TE NE VAI. (puoi leggerlo e puoi ascoltarlo)

 Io negli occhi delle donne ci vedo il mio futuro. Ho una mano sulla sua mano e abbiamo tre figli. Due sono già fuori di casa, il terzo soffre la cancrena di quegli anni. Però è tanto intelligente. Ha gli occhi di lei, se non fosse per la totale assenza di futuro. (sospiro) Basta l’imbarazzo di un istante e sono già fuori, al freddo, lontano dalle mie probabili esistenze fondate su un letto di “ma” e un leggero strato di “se”. Le donne della mia vita io le trovo in fila allo sportello, mi rubano il posto in metropolitana. Quando la nostra connessione viene scaturita da un torto il mio interesse moltiplica e la mia supposizione si fa nitida. Ho la percezione di quello che mi circonda ma solo perché ci poggio il culo sopra. Oggi nei suoi occhi c’è un Cerbero che mi tiene lontano da un matrimonio sulla spiaggia. Non saprò mai che espressione hanno gli invitati: la storia di noi due non è piaciuta a nessuno ma tutti si sono ben presto arresi all’impassibilità della nostra passione. Lei è una mina vagante. Quello che non capiscono è che al cospetto della sua natura di femmina io torno figlio per poi tornare amante. Oggi invece sembro un cane da tartufo mentre annuso la mia giacca in cerca del suo odore. L’ho guardata parlare per almeno due ore. Non saprei dire cosa abbia detto di preciso. Sosteneva teorie bislacche sull’approccio che gli uomini hanno nei confronti delle donne e le ho dato ragione solo per farla andare avanti. Faccio la strada più lunga così ho il tempo di pensarci. Sono in casa ed evito di accendere la luce, lascio che il mio corpo si mischi con il buio artificiale dell’atrio. Mi vergogno in silenzio, ma sempre a ritmo con la città. Nella pace della nostra intimità la foto di noi stessi appare senza compromessi. Vorrei che la vedessi, così forse smetteresti di leggere d’amore.

VOICE OVER #2: BUSSI, MI AMI E TE NE VAI. 
(puoi leggerlo e puoi ascoltarlo)


Io negli occhi delle donne ci vedo il mio futuro. Ho una mano sulla sua mano e abbiamo tre figli. Due sono già fuori di casa, il terzo soffre la cancrena di quegli anni. Però è tanto intelligente. Ha gli occhi di lei, se non fosse per la totale assenza di futuro. (sospiro) Basta l’imbarazzo di un istante e sono già fuori, al freddo, lontano dalle mie probabili esistenze fondate su un letto di “ma” e un leggero strato di “se”. Le donne della mia vita io le trovo in fila allo sportello, mi rubano il posto in metropolitana. Quando la nostra connessione viene scaturita da un torto il mio interesse moltiplica e la mia supposizione si fa nitida. Ho la percezione di quello che mi circonda ma solo perché ci poggio il culo sopra. Oggi nei suoi occhi c’è un Cerbero che mi tiene lontano da un matrimonio sulla spiaggia. Non saprò mai che espressione hanno gli invitati: la storia di noi due non è piaciuta a nessuno ma tutti si sono ben presto arresi all’impassibilità della nostra passione. Lei è una mina vagante. Quello che non capiscono è che al cospetto della sua natura di femmina io torno figlio per poi tornare amante.
Oggi invece sembro un cane da tartufo mentre annuso la mia giacca in cerca del suo odore. L’ho guardata parlare per almeno due ore. Non saprei dire cosa abbia detto di preciso. Sosteneva teorie bislacche sull’approccio che gli uomini hanno nei confronti delle donne e le ho dato ragione solo per farla andare avanti. Faccio la strada più lunga così ho il tempo di pensarci. Sono in casa ed evito di accendere la luce, lascio che il mio corpo si mischi con il buio artificiale dell’atrio. Mi vergogno in silenzio, ma sempre a ritmo con la città. Nella pace della nostra intimità la foto di noi stessi appare senza compromessi. Vorrei che la vedessi, così forse smetteresti di leggere d’amore.


VOICE OVER #1: CI VADO VOLANDO. 

Qui sotto il testo relativo alla traccia audio.
Vi consiglio di abbassare leggermente la musica,
il player è quello in fondo.
(Qui potete ascoltare l’intera puntata della PoliRadio)