
era il 1830 e Delacroix decise di armare un bambino di 15 anni con due pistole d’ordinanza della Marina Francese che è un pò come fare per due volte lo stesso errore. diciamo che è come farsi la seconda pera. sei colpevole ma soprattutto sei cosciente della tua colpevolezza, il che ti rende tremendamente più colpevole di quanto lo eri in precedenza. con la prima pistola spari, con la seconda spari di nuovo. i moti del 30-31 rimangono incollati alle pagine della storia non tanto perché sono una rottura di coglioni ma perché a muovere la rivoluzione non furono i cosiddetti “morti di fame” ma la classe borghese, che allora stava di un bene che neanche te lo sto a spiegare: cacciagione a profusione, sesso non protetto ma soprattutto zero bidè. nonostante questo Delacroix mistificò completamente la componente di maggioranza della rivolta, quella borghese appunto, dando al suo dipinto una valenza puramente propagandistica. dividere il popolo in classi sarebbe stato come dimezzare la sua forza d’urto e questo Delacroix non lo accettava, sapeva bene infatti che concedere la rivoluzione ad una sola parte di popolo avrebbe significato mandare a puttane la rivoluzione stessa. nel dipinto così compaiono partendo da sinistra: un popolano scamiciato armato di sciabola, un signorotto col cilindro vestito di tutto punto, una donna con le sise di fuori (che faceva volare l’auditel anche nel 1830) e il nostro bambino armato di pistole. i quattro infoiati guadagnano metri calpestando i cadaveri dei caduti, tra cui possiamo riconoscere sia civili che guardie del Re. un’immagine estremamente dura che non lascia intendere messaggi nascosti: per Delacroix cambiare la realtà è un fatto di sangue.
[pausa]
vorrei girare intorno al discorso per non sputare sterili sentenze ed evitare di dare a tutto questo una parvenza politica. vorrei corteggiare l’argomento per un po’ prima di chiedergli di scopare, così giusto per addolcire il frangente. la politica , quella concepita come mestiere e non come servizio, non la si sfiorerà neanche perché ultimamente si è rilevata per quello che è: una frigida zitella con dei gravi problemi di secchezza.

spesso negli ultimi tempi mi è capitato di incappare nei controversi scritti di Slavoj Zizek, un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. lungi da me capire una sola parola di quello che dice o di quello che dicono i filosofi o gli psicoanalisti (per carità di Dio sono bello e mi piace la fica) ma le mie opinioni sentono a volte il bisogno di sostegno, giusto per avere la conferma di non essere pazzo. di sostegno me ne serve uno, sia ben chiaro, non cerco affatto il consenso numerico, quindi quando ho la fortuna di leggere due tre frasi che “se avessi studiato…cazzo, l’avrei detto proprio così!” allora mi aggrappo ad esse come si fa col salvagente. una volta assunte le cose che leggo le lascio incontrare con la mia, povera, esperienza senza dimenticare di distinguere quello che mi infervora da quello che mi annoia. è così che gli ignoranti costruiscono la propria opinione ed è così che io mi sto costruendo un opinione. tengo a specificare che la mia riflessione non nasce da un fatto d’attualità, bensì lavoro sulle mie idee costantemente nutrendole quando posso, come posso. la domanda che mi pongo e che mi ha mosso a scrivere valutazioni è la seguente: come hanno fatto ma soprattutto chi ci ha convinto che la violenza è sbagliata?
quello che ho notato nei giorni scorsi è stato questo: un SUV in fiamme in Via Cavour ci indigna, un paese massacrato dalla rivoluzione come la Libia ci fa gridare alla divina giustizia e non solo. mandiamo in Libia caccia bombardieri a distruggere SUV, alimentari di tenerissime vecchie in lacrime e piazze dall’inestimabile valore storico. posso quindi appurare con certezza che i miei concittadini escludono a prescindere la violenza dagli elementi fondamentali che portano ad una transizione. tornando a Slavoj, lo studioso pochi mesi fa ha rilasciato un’intervista in cui cercava di spiegare la sua personale opinione su quello che lui chiama violenza popolare emancipatoria, una sorta di violenza necessaria che consiste nell’immobilizzare un paese tramite l’occupazione di luoghi pubblici. una roba che non si è inventato lui in fin dei conti, ma un conto è quando a dirtelo è un tossico fissato con la musica reggae un conto è quando quel qualcuno c’ha tre cattedre. poi lo stesso Slavoj si rincoglionisce in un’intervento sull’Internazionale di Febbraio in cui afferma che in fin dei conti Mubarak è stato cacciato senza violenza da parte dei manifestanti, probabilmente una marchetta editoriale bugiarda e senza alcuna logica. vabbè, generalmente dopo i 40 ci rincoglioniamo tutti, ci sta.
[pausa]
è la mattina di Lunedì 17 e il mondo ha ormai digerito le ultime news che vengono da Roma. mi faccio un giro su Facebook, poi su Twitter, leggo pareri, leggo giornali, leggo blog, ascolto esperti, accendo la TV, spengo la TV, mi faccio una sega. una normale mattina di cronaca che però poi sfocia in uno stato di confusione senza precedenti: mi sento solo perché tutti la pensano diversamente da me. in due giorni ha preso piede l’idea che la violenza è totalmente sbagliata, sempre, e che i facinorosi (questo termine l’abbiamo tutti imparato da Porta a Porta perché prima credo neanche esistesse) erano da allontanare, erano da arrestare, erano da fermare. faccio un giro sui blog dei facinorosi che si giustificano dicendo che i cortei pacifici e i pesanti schieramenti delle forze dell’ordine hanno impedito alla frangia violenta di accedere ai Palazzi. mi sento male. ho letto bene? “i cortei pacifici” hanno impedito il defluire delle frange violente in direzione dei Palazzi? faccio un giro sul blog del Popolo Rosa, loro generalmente sono delle checche senza esclusione di colpi, si cagano sotto neanche si fumassero le purghe. e infatti è così: il giudizio è unanime, “quella gente ha rovinato Roma, ha rovinato la manifestazione, ha rovinato tutto”. c’è un link a piè di pagina che porta ad una lista. è una lista dei parlamentari del PD. sono messi in classifica e il primo è il deputato che da più tempo è stipendiato dal Parlamento, l’ultimo è quello che è stipendiato da meno tempo. scorro i nomi e ce ne sono tanti. mi soffermo su uno, o meglio, uno me lo ricordo bene: Giovanna Melandri, parlamentare da 17 anni, retribuita con circa 15 mila euro mensili. in quel momento mia madre passa per il corridoio, ha il mal di schiena, nell’ufficio dove lavora c’è l’aria condizionata a stecca. si lamenta spesso che è stanca, non posso di certo darle torto. si sveglia la mattina alle 7 da trent’anni è normale abbia i suoi cinque minuti. c’è un video che mi colpisce particolarmente di quelli che hanno fatto il giro del mondo. è il video di un ragazzo che prende una statua della Madonna e la frantuma per terra. subito dopo un gruppo di manifestanti lo bloccano e cercano di linciarlo, lui riesce a scappare. quel video lo riguardo spesso, anche oggi l’ho fatto. lo riguardo e ogni volta ne traggo conclusioni diverse ma che seguono tutte la stessa linea: è il gesto più bello che un giovane confuso può compiere.
a Times Square a New York centinaia di manifestanti sono recintati ai lati della strada mentre dei poliziotti camminano tranquilli. alcuni manifestanti sono appoggiati alle recinzioni, sembra un set di Romero. Times Square è bellissima, la realtà nella città di NY rimane il film più bello per descrivere la sua contemporanea maestosità. le immagini sono con l’audio anche se non si sente volare una mosca. è il 15 Ottobre, il trend topic su Twitter in tutto il mondo è il seguente: #globalchange. spengo tutto mentre sento di poter trarre alcune conclusioni. hanno lavorato su di noi per dividerci nella nostra tristezza. hanno creato il dissenso innocuo imprigionandoci nel conforto della pedagogia spicciola di espressioni come “la violenza non porta a nulla”. siamo diventati le cose che possediamo, divoratori di pillole. hanno ridotto la nostra vista a tal punto da non permetterci di vedere l’importanza epocale di un gesto geniale e visionario come quello della distruzione della statua della Madonna. come degli orfani che non accettano il lutto di un Dio che non c’è più per nessuno difendiamo schizofrenici i nostri idoli pagani. quell’immagine continua a parlarmi: l’oppio è finito, dice. sei un Dio che non paga le tasse, cosa aspettavi sarebbe successo? e hanno trasformato le già obsolete manifestazioni in gite fuori porta, nell’oblio delle droghe leggere, nel frastuono della musica ad alto volume. riusciamo a vivere nelle contraddizioni dello status quo che noi stessi lasciamo vivo e vegeto. nel fare per non fare c’è la colpa più grande che ricade solo sulle nostre spalle, sulle nostre mani piene di calli, sui nostri figli indignati ma silenziosi. io non ci riesco ad esprimere tutto quello che vorrei esprimere perché l’effetto del loro potere non fa prigionieri, fa solo morti, così le parole a volte mi si strozzano in gola e riesco solo a sbuffare. ci lasciano giocare alla rivoluzione permettendoci di diventare gli indossatori ufficiali della maschera di V per Vendetta, una maschera che ha una storia raccapricciante alle sue spalle: il viso umano da cui è tratta è quella di Guy Fawkes, un’anarchico inglese che nel 1605 tentò di far saltare in aria l’intero Parlamento con dentro il Re Giacomo I e tutti i membri del suo Governo. non ci riuscì e venne giustiziato. ci permettono di vestire la sua maschera, ho visto padri applicarla sul volto dei propri figli minorenni, gli stessi figli minorenni che ogni anno da almeno cento lunghi anni, nelle nostre scuole, incrociano lo sguardo con quello del quindicenne armato di Delacroix e non capiscono che gli uomini grandi lasciano sempre degli indizi a quelli che verranno e che “La Libertà che guida il Popolo” non è nient’altro che un prezioso indizio. fatevelo dire: c’è un motivo per cui quel dipinto non si chiama “Facinorosi distruggono San Giovanni”.
perché cambiare la realtà è un fatto di sangue.
diamo fiducia alla violenza.